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liberismo, liberalismo, liberalsocialismo

TITOLO

ART41 della Costituzione

DATA PUBBLICAZIONE

28/06/2011

LUOGO

Genova


Art. 41.
L'iniziativa economica privata è libera.
Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.
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L'ART. 41 DELLA COSTITUZIONE
Renato Costanzo Gatti
Inizio, con il presente, una serie di articoli sul Titolo III della Costituzione, come aiuto concreto di informazioni in vista del convegno sulle relazioni industriale e la democrazia economica che Socialismo e sinistra ha deciso di convocare. L’ordine degli articoli non è quello numerico degli articoli ma segue un criterio di attualità, l’art. 41 ad esempio è il primo articolo della prima parte della costituzione (quella ritenuta intoccabile) di cui si proponga la modifica.
Il testo
“L’iniziativa economica  privata è libera.
Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”.
Al primo comma si afferma la libertà dell’iniziativa e dell’impresa privata, nel secondo comma vengono sanciti i limiti passivi, di principi e criteri che l’iniziativa deve rispettare, nel terzo comma sono sanciti i limiti attivi, cioè quelli che la legge può imporre ai fini del coordinamento. L’impresa privata, in altri termini, costituisce la regola, in quanto non leda l’interesse pubblico e in tal senso è garantita dalla costituzione. Il terzo comma è quello che rende costituzionalmente legittima la programmazione economica, una modifica a questo comma renderebbe costituzionalmente illegittimo l’attività programmatoria  della politica.
Ho sempre sostenuto che l’obiettivo della modifica proposta dal centro-destra all’art. 41 della costituzione non è la sburocratizzazione dell’economia ma mira a ben altro.
Ha squarciato il velo la ministra Brambilla che l’altra sera a Ballarò ha affermato che la modifica di quell’articolo tende soprattutto ad allontanare nostalgie dirigistiche e programmatorie che hanno contraddistinto  le gestioni dei governi di sinistra. Quindi quello da abrogare è il terzo comma quello che garantisce uno ruolo della politica nei confronti dell’economia.

Va sottolineato che in sede di commissione l’on. Arata propose di inserire al terzo comma  la parola “piani” dopo la parola controlli. L’on. Taviani osservò di non vedere i motivi per i quali la parola “piani” dovesse essere inserita nel testo costituzionale dal momento che nell’espressione  “i controlli” si prevede già un intervento dello Stato. La proposta di modifica fu respinta ma essa indica chiaramente in che senso quel comma è pericoloso per il centro-destra e quale sia il vero obiettivo della modifica costituzionale proposta.
(L’on. Einaudi propose un quarto comma “La legge non è strumento di formazione di monopoli economici; e ove questi esistano li sottopone al pubblico controlla a mezzo di amministrazione pubblica delegata o diretta” anche questo emendamento fu respinto, forse accettandolo avrebbe aiutato a dirimere il problema del conflitto di interessi).
L’art. 41 è un capolavoro della dottrina dell’economia sociale di mercato, quella che predicando la libertà di impresa cerca di limitarne gli eccessi (comma 2) e di sottometterla all’utilità sociale (comma 3). L’assurdo è che la modifica a questo articolo viene fatta in nome dell’economia sociale di mercato (almeno nella versione tremontiana – non certo in quella berlusconiana che dubito capisca di che si tratta).
Ma il vero scandalo della proposta sta nel fatto che il centro-destra non ha capito nulla (o peggio non vuol capire) delle cause della gravissima crisi economica che stiamo attraversando. Quella crisi è crisi di iper-liberismo, di mancanza di regole, di sbornia di libertà economiche e di rifiuto delle regole.
Proporre come soluzione alla sbornia iper-liberista la somministrazione di un’ulteriore libagione liberista è una contraddizione in termini. E’ come proporre altra droga ad un drogato, come gettare benzina sul fuoco.
L’altra sera sono stato ad un dibattito con Anna Finocchiaro nel circolo PD di Casalpalocco. A parte il fatto che ad una mia domanda sul tema esposto in questo articolo, la senatrice non ha risposto, mi è stata confermata l’impressione che il PD parla delle conseguenze della crisi: disoccupazione, stagflazione, mancato sviluppo etc. ma non è in grado di affrontare le cause della crisi, perché affrontare le cause della crisi vorrebbe dire porsi il problema di affrontare il problema della razionalità socialista.
L'ART.41 DELLA COSTITUZIONE (APPENDICE)
Torno a parlare dell’art. 41 della Costituzione, ed in particolare sul primo comma: quello che sancisce la libertà dell’iniziativa economica privata. E parto di lì per prendere in esame un argomento molto dibattuto negli ultimi anni: le liberalizzazioni. Preferisco usare il plurale perché, come spesso accade l’argomento non è affrontabile in termini referendari con un sì o con un no, ma richiede di approfondire e distinguere, partendo appunto dalla constatazione che esistono più tipi di liberalizzazione.
Liberalizzare significa rendere libero qualcosa che libero non è. Occorre quindi analizzare quali siano i vincoli alla libertà dell’iniziativa privata che si vogliono sciogliere.

1.  I monopoli naturali
La presenza di monopoli e di oligopoli è il classico oggetto della liberalizzazione; tutto il pensiero liberale lavora ed opera per abbattere  le distorsioni causate al libero mercato dalla presenza di monopoli e di oligopoli. Tuttavia anche il pensiero liberale distingue tra monopoli “naturali” e altri monopoli. Riprendo dalle Lezioni di politica economica di L. Einaudi: “In altri casi il monopolio è dovuto a cause… quasi tecniche. Ad es. la concorrenza in una stessa città e negli stessi rioni di molte tranvie, di molte imprese di acqua potabile o di gas o di luce elettrica, ed, entro certi limiti, la concorrenza di parecchie ferrovie tra le stesse città, non è possibile e se tentata non dura. Siccome qui il monopolio si può dire quasi naturale, non lo si può abolire,  e bisogna regolarlo. Lo stato interviene per fissare le tariffe massime, il genere dei servizi, ovvero può decidersi ad esercitare lui stesso l’industria monopolistica, facendosi rimborsare il puro costo. Purché non ci pigli troppo gusto”.
Le parole di Einaudi rendono estremamente attuali le motivazioni dell’opposizione alla privatizzazione dell’acqua, oggetto di un referendum su cui tra non molto dovremo pronunciarci. E’ vero che recentemente distinguendo l’attività di produzione, da quella di distribuzione è stato possibile passare al mercato, ad esempio, l’uso della rete ferroviaria (l’esperimento di Montezemolo che partirà l’anno prossimo); ovvero quello della distribuzione del gas, dell’energia elettrica. Ma è altrettanto vero che anche in questi casi occorre misurare l’efficienza e la trasparenza delle scelte da fare senza pregiudiziali e con molti “warnings”. Importantissima, a questo proposito, è l’ultima frase di Einaudi “Purchè non ci pigli troppo gusto”. Ovvero dobbiamo stare molto attenti a sopravvalutare le privatizzazioni e accettarle o promuoverle acriticamente, ma dobbiamo stare altrettanto attenti a sopravvalutare acriticamente le pubblicizzazioni e le statizzazioni. Questo perché, e la cronaca quotidiana ce ne fa impietosa testimonianza, laddove c’è potere discrezionale cresce e giganteggia la corruzione. L’etica nel nostro paese è scesa a livelli infimi, ed occorre essere scettici e diffidenti: non dobbiamo privilegiare pregiudizialmente né il pubblico né il privato ma ricercare sempre il conflitto di interessi o meccanismi similari che ostacolino e frenino e minimizzino i pericoli di corruzione pubblica e privata che mina alla base la pacifica coesistenza e mette alla prova la pazienza, la tolleranza e la fiducia del cittadino.
Le Associazioni consumeristiche, i comitati di utenti, i sindacati, potrebbero assumere, grazie anche al ruolo per loro previsto dall’art. 43 della costituzione (che esamineremo in un prossimo articolo), una funzione chiave in questo contesto: una innovazione di razionalità socialista.

1. 2. Monopoli e oligopoli sorti dal mercato
Una delle ragioni del superamento del mondo romantico disegnato da Adam Smith consiste nella tendenza della concorrenza nel mercato a produrre monopoli o, più frequentemente, oligopoli che distorcendo la competizione e la concorrenza rendono inefficace l’economia di mercato.
Ma la dottrina economica non è poi così unanime. Schumpeter, il geniale economista della “distruzione creatrice” assegna agli oligopoli una funzione primaria nello sviluppare l’innovazione tecnologica vero elemento concorrenziale che fa impallidire la competizione basata sul costo marginale. Solo strutture oligopolistiche sono in grado di portare avanti progetti di ricerca, innovazione che distruggono l’esistente creando nuove forme produttive, essendo questa “distruzione creatrice” la vera anima vivificante del mercato di dimensioni incomparabilmente superiori alle meschine battaglie del risparmio sui costi marginali – di solito deprimendo i salari e quindi la domanda aggregata.
Secondo Schumpeter quindi, gli oligopoli non vanno combattuti proprio perché rappresentano il vero spirito concorrenziale del capitalismo. A questo proposito ci sarebbe molto da dire sul ruolo di coraggiosa innovazione portata avanti dalle “aziende IRI ed ENI” rispetto all’apatia di quei capitalisti che sono subentrati in quelle aziende di quei gruppi che sono state privatizzate. L’unica caratteristica comune è la corruzione.

Nel modello Sylos Labini, Modigliani, Bain, invece, un’azione fiscale di promozione della domanda può tradursi in inflazione se la struttura oligopolistica del mercato non permette ad altri produttori di affacciarsi al mercato. Se invece le liberalizzazioni contrastano il potere interdittivo degli oligopoli la promozione della domanda stimolata dallo stato permette a nuovi produttori di affacciarsi al mercato abbattendo i costi imposti dagli oligopoli. Si verificherebbe allora una straordinaria situazione per la quale un aumento della domanda indotta dallo stimolo fiscale crea una situazione di mercato tale per cui i prezzi si riducono.
Queste sono quindi liberalizzazioni che potrebbero in certe condizioni migliorare la situazione del paese, rendendo efficaci interventi fiscali finalizzati a promuovere lo sviluppo. Queste considerazioni vanno gelosamente tenute a mente quando si dà il via a politiche di vuol promuovere la domanda.

1. 3. Conclusioni
Non esiste quindi un atteggiamento univoco nell’affrontare il tema: liberalizzazioni. Talora, come nel recente passato, sono servite soprattutto per fare cassa; un intento comprensibile ma i cui benefici (il debito scese dal 20% al 10%) sono stati vanificati dagli eventi successivi. Talora sono ipocriti perché tendono soltanto a spostare il monopolio pubblico ad un monopolio privato, con guasti per i cittadini e fonte di un’imprenditoria poco coraggiosa e parassitaria.
Talora sono utili (le lenzuolate di Bersani) quando tendono a rompere il potere di lobbies e di potentati. Altre volte sono ideologiche perché tendono a privatizzare aziende municipalizzate senza che alla privatizzazione segua un meccanismo di controllo e di contrasto alle prepotenze dei privati. Altre volte vanno contrastate, come quella dell’acqua potabile, pur nel più puro spirito liberale.
Ma le liberalizzazioni vanno sempre giudicate sul piano dell’efficienza e della trasparenza, e soprattutto non devono contrastare la ricerca di una politica codeterminata e regolabile con una programmazione democratica. Un atteggiamento laico aiuta ad affrontare un tema propostoci dall’art. 41 della Costituzione.

Socio fondatore del Gruppo di Volpedo e del Network per il socialismo europeo .