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EVENTI

TITOLO

Goffredo Fofi, tra le reti della sua generosità «tirannica»

 

DATA

13/07/2025

LUOGO

il manifesto

Goffredo Fofi, tra le reti della sua
generosità «tirannica»
– Bruno Montesano, 13.07.2025
Goffredo Fofi Anarchico socialdemocratico. Così Goffredo Fofi si era definito talvolta.
Radicale e pragmatico, idealista e concreto Anarchico socialdemocratico. Così Goffredo Fofi si era definito talvolta. Radicale e pragmatico, idealista e concreto. Uomo che visse di cultura definendola «oppio del popolo»,
rivendicava l’importanza di «sputare nel piatto in cui mangiava o, secondo una diversa distinzione, certamente – e forse giustamente – poco accettabile oggi, attento a distinguere tra la vendita del «culo» e dell’«anima». Il confronto con le proprie complicità e implicazioni
nel mondo che si contestava era il fondamento della sua idea sul rapporto tra politica e cultura. Consapevole dei compromessi in cui tutti siamo presi, voleva rivendicare
l’importanza di non fare scelte troppo «disonorevoli», per dirla con Piergiorgio Bellocchio, consci, come ricordava spesso, che «il mondo è del diavolo».
FOFI NON PENSAVA che la cultura dovesse rimanere appannaggio dei «cretini intelligenti», né dei borghesi tormentati da una più o meno seria crisi di coscienza. Più che
quello che dicevano, gli interessava cosa facevano le persone. E infatti lui univa il «ben fare» della militanza e delle riviste al parlare e scrivere. Senza azione, restava solo lo sterile intellettualismo. «La non-accettazione di un mondo tremendo è un dovere: il fine è sempre importante ma lo è altrettanto la scelta dei mezzi».
GOFFREDO univa pessimismo radicale e necessità dell’utopia, assunzione della sconfitta («meno male che non abbiamo vinto noi») e spietatezza della critica contro la deprimente
sinistra dei Veltroni e dei Gramellini – che pure con quella disfatta ha un rapporto significativo e di cui Fofi non negava la responsabilità della “sua” parte. Introdusse la
sceneggiatura di Le Fond de l’Air Est Rouge di Chris Marker sulla disfatta del ’68 globale, ragionando sulla grande potenzialità di quella fase spezzata da fragilità interne e dalla potenza della repressione (“Scene della terza guerra mondiale”, Feltrinelli 1978).
IN LUI, L’ANARCHIA esistenzialista di Stig Dagerman – che preferiva comunque l’ovest democratico-capitalistico alla Russia sovietica totalitaria – si univa alla rivolta senza
speranze di Michael Kolhaas di Von Kleist – la cui lettura, secondo lui, era necessaria per comprendere la differenza morale tra la Raf tedesca e le Br italiane. Su questo giornale ricordò l’importanza del termine “compagno” e lo fu sempre, «cristiano senza chiesa, socialista senza partito», come gli piaceva dire. Di una curiosità vorace, spaziava
dall’umanismo anti-razzista di Ralph Ellison al disincanto anticoloniale di Chinua Achebe: la cultura era politica ma mai doveva confondersi con la propaganda o con la semplice
consolazione.
Contro i proclami roboanti della “bella azione”, preferiva le piccole pratiche non sbandierate, fatte in comunità, evidenziando il ruolo della pedagogia. Provocatorio e
moralista, non perdeva mai l’auto-ironia e tollerava bonariamente le vanità dei giovani che aiutava a formarsi e crescere con aneddoti e suggerimenti sempre generosi. Insultava i narcisi che si preoccupano prima di firmare un pensierino che di agire e disobbedire mettendosi a rischio. E poi li instradava, sempre criticamente, mai in modo proprietario. E questa libertà gli permetteva poi di ricredersi, cambiare idea, ammettere che forse alcuni
giovani che pensava potessero essere delle promesse erano invece irrimediabilmente dei soliti stronzi.
VISSE VIAGGIANDO e tessendo (e disfacendo) reti tenute insieme dalla sua generosità talvolta tirannica che ha dato vita a gruppi tanto volatili quanto solidi, uniti e dispersi dal compito di criticare non solo il mondo ma anche la propria parte. Questa autonomia aveva bisogno di una verticalità carismatica che ne costituiva quindi la forza e la debolezza. La scuola di Goffredo è stata quindi tante cose e spesso la loro negazione. Ma se alcuni si sono
persi attraversandola o l’hanno usata per fini privati, l’identità asinina o di stranieri, dopo le linee d’ombra e le ombre rosse, è sopravvissuta. Restano i libri, gli articoli, i consigli disseminati, uno spirito critico feroce, contraddittorio e disinteressato e una rete di persone, nonostante tutto, unite da un’idea di giustizia esigente e disobbediente.
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Socio fondatore del Gruppo di Volpedo e del Network per il socialismo europeo .