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TITOLO

Dalla cospirazione all'insurrezione Giustizia e Libertà nel levanti ligure conferenza di Agostino Pendola

 

Fiap Federazione Italiana Associazioni Partigiane circolo Guido Calogero e Aldo Capitini Genova www.circolocalogerocapitini.it

DATA

10/03/2011

LUOGO

Chiavari (Genova)

Fiap
federazione italiana associazioni partigiane
circolo Guido Calogero e Aldo Capitini
Genova
www.circolocalogerocapitini.it


Giovedì 10 marzo 2011 ore 17,30
Sala Croce Verde – largo Casini – Chiavari

Dalla cospirazione all'insurrezione
Giustizia e Libertà nel levanti ligure

conferenza di Agostino Pendola
introduce Riccardo Pagliettini
presenta Luigi Fasce – presidente circolo
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Dalla cospirazione all'insurrezione – Giustizia e Libertà nel levante ligure
Agostino Pendola
Con l'affermazione e il consolidamento del fascismo in Italia, a seguito delle legge speciali del 1925/26 che vietavano ogni attività politica per i partiti di opposizione, e che in seguito li sopprimevano, solamente i comunisti mantennero una sia pur limitata e clandestina organizzazione. Coordinati da un centro estero, dapprima nella Francia meridionale, avevano, in Italia, cellule nelle principali città, attraverso le quali riuscivano a far circolare stampa clandestina. Mentre gli altri partiti di fatto erano scomparsi, i dirigenti trasferiti a Parigi dove avrebbero dato vita a una Concentrazione antifascista.
Restavano, in Italia, gruppi di oppositori, indipendenti gli uni dagli altri, non comunisti, e dopo il 1929 neanche cattolici, poichè la Chiesa con il concordato si era in pratica alleata con il governo fascista.
I partiti della concentrazione antifascista parigina, i socialisti, i repubblicani, i liberali antifascisti (ricodiamo il gruppo di Giovanni Amendola – il quale era stato in pratica assassinato dai fascisti) polemizzavano tra di loro, pubblicavano giornali che al massimo diffondevano tra gli emigrati, ma erano completamente ignorati all'interno del Paese.
Questa situazione sarebbe però rapidamente mutata dopo il 1929, quando, sempre a Parigi, per iniziativa di un gruppo di democratici, liberali e socialisti veniva fondato il gruppo di Giustizia e Libertà. L'animatore era un giorvane pisano, che pochi mesi prima con un'audace fuga in mare, aveva raggiunto la Tunisia dall'isola di Lipari dov'era stato inviato al confino, si chiamava Carlo Rosselli.
Già arrestato e condannato nel 1926, a Savona, insieme a Parri, per l'espatrio di Filippo Turati, l'anziano leader socialista, Rosselli apparteneva anche per tradizione familiare, alla democrazia italiana. Nella casa della sua famiglia, a Pisa, il 10 marzo del 1872 era morto Giuseppe Mazzini, ed era imparentato con Nathan, sindaco progressista di Roma nei primi anni del secolo, e anche Gran maestro della massoneria italiana. Come si vede già un curriculum familiare notevole.
Nel 1924 Rosselli a Firenze, aveva dato vita al primo giornale clandestino antifascista, dal titolo eloquente, Non Mollare. Per questo era stato arrestato e inviato a Lipari.
A Parigi ritrovò personaggi come Salvemini, già socialista ma in seguito in rotta di collisione con il partito, Rossetti, Tarchiani, Facchinetti. Con questi fondò l'associazione.
Già dal suo nome, come si vede, l'associazione si voleva collocare a metà strada tra il socialismo e il liberalesimo, coniugando la giustizia sociale e la libertà politica, inserendosi nella tradizione del pensiero democratico italiano.
E' bene chiarire che quando affermo “pensiero democratico” mi riferisco non tanto alla pratica della democrazia rappresentativa, già insita nel liberalesimo ottocentesco, bensì al suo ampliamento mediante l'adozione di misure progressive che permettano a tutti i cittadini di partecipare alla vita politica. Con l'istruzione, perchè tutti siano in grado di leggere e scrivere, con l'adozione di una legislazione sul lavoro, perchè i dipendenti non siano sottomessi ai loro datori di lavoro, e così via. Già la costituzione della repubblica romana, del 1849, metteva, nell'art. 2, tra i principi fondamentali, l'eguaglianza prima della libertà, e nell'art. 3 scriveva che “la repubblica promuove il miglioramento dlle condizioni morali e materiali di tutti i cittadini”. Come si vede c'è un filo conduttore che, grazie a Mazzini, arriva dal cuore del Risorgimento.
Essenzialmente, l'attività di Giustizia e Libertà si sviluppò negli anni successivi, su due fronti, il cospirativo e il teorico. Entrambi sono importanti, perchè il cospirativo ha permesso ai vari gruppi interni in Italia di svolgere attività contro il regime senza lasciare la sola iniziativa ai comunisti, mentre il teorico ha creato le condizioni perchè anche in Italia si formasse, dopo il secondo conflitto mondiale,
una forza politica in linea con le altre democrazie occidentali.
Condizioni che come sappiamo non si sono poi realizzate, ma questo è un altro discorso.
In Italia il centro principale di attività fu Torino; forse per la vicinanza con la Francia, ma molto probabilmente perchè a Torino, negli anni immediatamente prima dell'avvento del fascismo aveva operato Piero Gobetti con la sua Rivoluzione Liberale. Torino, come aveva scritto, era l'unica città italiana ad avere una dimensione europea. A Torino si formò un primo gruppo che venne smantellato dalla polizia nei primissimi anni trenta. Un altro gruppo operò a Firenze, e da Lugano, dove si stampava, veniva introdotta in Italia L'Italia Libera, organo del movimento.
Non solo, ad un certo punto Rosselli concordò con gli altri partiti dell'opposizione parigina di lasciare a Giustizia e Libertà l'esclusiva della cospirazione interna, oltre beninteso al partito comunista.
Con l'alzamiento dei generali golpisti spagnoli nel luglio 1936 Rosselli comprese che la fascismo europeo, che dopo l'Italia aveva guadagnato la Germania, si preparava a conquistarne un terzo. Bisogna va abbandonare le polemiche e partire. Prima dei socialisti e dei comunisti, prima della formazione delle brigate internazionali, Rosselli organizzò una sua unità che combattè nell'Aragona, sul fronte dell'Ebro. Barcellona divenne allora il centro propulsore della propaganda antifascista giellista. Che tramite la radio, per la prima volta poteva raggiungere molti italiani. La sera, dopo la chiusura delle trasmissioni spagnole, Rosselli e i suoi avevano accesso ai microfoni. Nel novembre 1936, in uno dei discorsi più famosi, affermava: “oggi in Spagna domani in Italia”.
Forse spaventato da questo suo attivismo, il fascismo lo fece sopprimere, e nel giugno 1937 Rosselli veniva pugnalato a morte in Francia, assieme al fratello Nello, che alla lotta politica aveva preferito gli studi, il cui libro su Mazzini fece scuola per tanti anni.
Con la morte di Rosselli Giustizia e Libertà perdeva in parte quell'attivismo propulsivo che aveva avuto, il suo successore sarebbe stato un sardista, Lussu, già deputato per il Partito Sardo d'Azione nel primo dopoguerra.
Vediamo ora all'elaborazione teorica.
Possiamo notare, però, che se per la parte cospirativa la letteratura in Italia non è mai mancata, ad esempio il discorso di Rosselli alla radio di Barcellona è spesso citato nei libri scolastici (almeno nel mio c'era), l'elaborazione teorica è stata molto meno studiata. Io ritengo che questo sia da imputarsi al fatto che nel dopoguerra non ha avuto discendenti. La politica italiana è stata dominata, dal 1948 al 1990, dal Partito Cominista e dalla Democrazia Cristiana, e non c'è quasi stato spazio per una terza forza. Gli eredi giellini, dopo la morte del Partito d'Azione nel 1946, si sono divisi principalmente tra i repubblicani e i socialisti, a loro volta i socialisti fino al 1956 sono stati legati ai comunisti, i repubblicani (Ugo La Malfa era stato azionista) erano impegnati nella sprovincializzazione dell'Italia,
a volte alleati della Democrazia Cristiana, a volte soli, ma comunque avevano una forza molto limitata, perdipiù spesso divisi da faide interne.
Fu così, aggiungiamo, che quasi si è persa la memoria dei partigiani giellisti che hanno combattuto nella Riviera Ligure.
Giustizia e Libertà quindi non fu solo una organizzazione antifascista che combatteva il regime in Italia, al suo interno, sulla sua stampa, elaborò una teoria politica che come abbiamo visto proveniva dalla mogliore tradizione democratica italiana, il mazzinianesimo, sulla quale inseriva elementi socialisti.
La sua teoria politica è chiamata liberalsocialismo, termine coniato solo nel 1940 da Guido Calogero e Aldo Capitini.
Si trattava da una parte di contrastare il marxismo che operava all'interno del movimento operaio e dall'altro di rinnovare il liberalesimo dopo che si era trasformato in forza conservatrice di governo.
Per Rosselli l'alternativa alla statalismo (dei comunisti, ma anche dei fascisti) non era il liberismo tout-court, ma appunto il socialismo liberale. I piani quinquennali in Russia e l'intervento statalista in Italia avevano come scopo – scriveva Rosselli – di sostituire l'amministrazione alla politica, di annullare il conflitto sociale. Invece, affermava, in una società moderna, il conflitto non deve essere abolito, ma si devono creare le condizioni istituzionali per la loro permanenza dialettica. La democrazia costituzionale ha un valore sostanziale, ed è la traduzione degli ideali del socialismo liberale.
Quello che viene elaborato in quegli anni, e nelle difficili condizioni della dittaura o dell'esilio, era una riscoperta della carica libertaria del socialismo e in una nuova considerazione della civiltà liberale; l'individuo visto come cellula primaria, l'autonomia della politica dalla società civile, il rifiuto del verticismo di Stato.
Ne deriva la rivendicazione pluralista della vita associata, vista come “società aperta” avremmo detto in seguito, alla quale si deve arrivare per via rivoluzionaria.
Non è un caso se in quegli anni Giustizia e Libertà dialogava con gli anarchici, ad esempio, potrei citare Camillo Berneri a Barcellona con Rosselli, ucciso però dai comunisti nel luglio del 1937.
Ma la storia incalzava, nel giugno 1940 l'Italia entrò in guerra, mentre i tedeschi già stavano percorrrendo la Francia. Per i dirigenti antifascisti rimasti a Parigi si ponevano problemi di sopravvivenza personale. Intanto, in Italia, la guerra aveva cristalizzato i gruppi antifascisti interni, che con le prime sconfitte dell'Asse riprendevano vigore. All'inzio del 1943 venne costituito il Partito d'Azione.
Dire cosa è stato è difficile; c'è chi afferma che fu l'unco e vero partito antifascista, nato solo perchè in Italia c'era il fascismo. Può essere vero, perchè al suo interno confuirono varie forse: i gruppi giellisti, I nuclei liberalsocialisti, gran parte dei repubblicani, che lo preferirono a un nuovo PRI. Tutti questi avevano una comune base programmatica, l'affermazione di una moderna democrazia occidentale, che prevedesse la nazionalizzazione di alcuni grandi complessi produttivi, la distribuzione delle terre ai contadini, eliminazione delle strutture dello Stato burocratico e accentratore. Come si vede, molto liberalesimo e poco socialismo, che naturalmente scontentava chi all'interno aveva una visione più socialista. Le contingenze della guerra fecero covare sotto la cenere questa contraddizione, che però esplose nel 1946 e che portò alla fine del partito.
Dopo l'8 settembre del 1943 nel Nord il Partito d'Azione battezzò le sue formazioni armate partigiane Giustizia e Libertà, riallacciandosi al movimento di Rosselli. Obiettivo delle formazioni gielliste era non solo la cacciata dei tedeschi e dei fascisti, ma anche la costituzione di una nuova coscienza dello stato, espressione di una nuova classe politica.
Leggiamo alcuni punti di un commissario politico azionista in Piemonte ai comandanti delle bande dipendenti: “ficcare ben chiaro in testa ai partigiani che essi sono soldati di un esercito nuovo e rivoluzionario;...spiegare cos'è il CLN, unico organo che, nell'Italia occupata, ha la legittima rappresentanza del popolo italiano,...spiegare chiaramente ai soldati che essi non sono solo I campioni di un generico patriottismo...quanto il braccio armato e l'avanguardia risoluta di un moto di rinnovamento, di un processo rivoluzionario, che investe tutta la struttura politica e sociale del paese, e dovrà dare all'Italia del dopoguerra un volto nuovo di nazione libera, democratica, civile. Tener presente che il fascismo non si identifica solamente con i gerarchi e gli squadristi, ma con tutte le forse reazionarie che lo hanno tenuto a battesimo, incoraggiato, e alimentato.”
Narrata a grandi linee la vicenda di G&L e del PdA su scala nazionale, veniamo ora al quadro più particolarmente genovese e ligure. Premettiamo subito una nota sulle fonti: proprio per il suo destino di forza sconfitta dopo la fine della guerra, queste vicende sono rimaste per molti anni sconosciute ai più, e solo di recente la pubblicistica se ne è occupata. Responsabilità, certamente, dei protagonisti, che dopo che la parabola del PdA si è chiusa si sono raccolti in se stessi, continuando solo la fraternità d'animo con coloro con i quali avevano condiviso le difficoltà belliche.
Per riprendere il nostro filo, quindi, ricordiamo che anche a Genova negli anni trenta aveva operato un gruppo giellista, tra gli animatori Vittorio Aquarone. Lo ricordo perchè negli anni 1943/44 viveva sfollato a Rapallo, dove si era trasferita la ditta dove lavorava. Già repubblicano e mazziniano, la sua alta figura ieratica, la lunga barba bianca, colpiva chi lo incontrava.
Dopo la caduta del fascismo, il 25 luglio, a Genova si formò un gruppo azionista, tra i componenti ne ricordo solo due, Eros Lanfranco e Antonio Zolesio. A Genova, a differenza rispetto a altre parti d'Italia, gli azionisti erano su posizioni moderate, possibiliste rispetto alla monarchia e sospettose dell'unità d'azione con il partito comunista. Questo è un dato importante perchè tornerà in seguito. Sempre in Liguria, dopo l' 8 settembre gli azionisti iniziarono i contatti con gli Alleati, che a settembre e ottobre avevano sbarcato a Cavi agenti di collegamento.
Nei primi mesi l'organizzazione militare del partito fu abbastanza carente. Questo mentre in Val Fontanabuona un militare uscito dalla scuola di Caperana, Aldo Gastaldi, metteva le fondamenta di quella che sarebbe stata la formazione Cichero, e più a Levante i primi partigiani della Coduri si raggruppavano nel Tigullio Orientale. Entrambe le formazioni si inserirono nelle unità Garibaldine, che facevano capo al Partito Comunista ed avevano commissari politici del partito. Benchè Gastaldi fosse cattolico, ma questa è un'altra storia.
Il primo che comprese che anche il PdA doveva darsi una struttura militare fu Antonio Zolezio. Era un militare, anche se non di professione. Ufficiale di complemento nel trentennio, richiamato allo scoppio della guerra, nell'estate 1943 si trovava a Genova. Nell'ottobre di quell'anno comprese la necessità di formare una struttura militare azionista, e individuò due aree, lo spezzino e i Giovi, che si prestavano ad un insediamento. Alla fine, stabilì il suo campo d'azione tra Pontremoli e Zeri, dove operò fino alla primavera del 1944. Quando dal comando genovese del PdA venne richiamato in Val Fontanabuona.
Il partito aveva deciso che era necessario avere una propria forza nel Levante ligure, e Zolezio sembrava, in quel momento e con la sua esperienza, la persona più adatta.
Ma la val Fontanabuona non era lo spezzino dell'inverno precedente, terreno vergine per i partigiani. Una nuova formazione indipendente non venne tollerata, da subito, dagli uomini da Gastaldi e dagli altri comandanti della Cichero. Non tanto e non solo per questioni politiche, ma proprio per controllo del territorio.
Nel frattempo Zolezio, raggruppati sbandati che si trovavano in zona, aveva formato alcune unità sul pendio meridionale del monte Caucaso, a Barbagelate e Roccatagliata. Era un militare, aveva esperienza partigiana, si sentiva pronto per passare all'azione. La prima uscita in grande stile doveva essere eclatante, e tale si rivelò: l'occupazione del campo di Calvari.
Il campo di Calvari aveva ospitato fino all'estate del 1943 prigionieri alleati, successivamente, nell'autunno inverno, vi erano transitati gran parte degli ebrei razziati nella provincia di Genova, prima di essere avviati negli altri campi e poi in Germania. Nell'estate del 1944 era sottoutilizzato. In quel momento vi erano un ufficiale, un sottoufficiale e dodici militari. Zolesio non aveva lasciato nulla al caso. Nei giorni precedenti aveva condotto di persona numerose ricognizioni, ma soprattutto aveva contattato vari militari repubblichini che vi prestavano servizio, avvicinandoli alla causa partigiana. In pratica, nessuno si oppose ai partigiani, che razziarono tutto quanto trovarono e in pratica distrussero il campo. Liberando diciotto prigionieri, prigionieri politici italiani, ebrei, stranieri.
L'azione aveva un chiaro significato simbolico: nella media Fontanabuona i partigiani erano ben vivi e presenti, e non erano solo garibaldini.
Ma l'azione scavò ancor più profondamente il fossato che nelle settimane precedenti si era formato tra la Cichero e gli uomini di Zolezio, che nel frattempo avevano assunto la definizione di Brigata Matteotti per una parentela tra la moglie del comandante e Giacomo Matteotti, il leader socialista ucciso a Roma dai fasciti nel giugno 1924. A metà luglio la Cichero disarmò la Matteotti, i cui uomini in parte si dispersero.
Il 3 agosto, nuovo disarmo degli uomini che ancora non lo erano stati, o che si erano riorganizzati.
Ma, nonostante questi ripetuti interventi, la Brigata non si dissolse. Anche se perse parecchi effettivi. Zolezio in una sua relazione del giugno aveva indicato di avere 150 uomini sotto di lui, mentre il Gimelli, nella sua storia della resistenza ligure, parla di 80 effettivi nell'estate dello stesso anno, tutti dislocati nell'alta Fontabuona, sulla riva sinistra, ma anche sulla riva destra del torrente Lavagna. Con l'autunno nell'alta Val Bisagno si costituì un Battaglione Matteotti-Val Bisagno e sempre in autunno gli effettivi cerebbero per la diserzione di alcuni alpini della Monterosa.
Con l'autunno iniziarono le prime offensive dei giellisti che sfidarono i fascisti dove si sentivano più sicuri, nelle città della Riviera. Azioni ardite, veloci, che si concludevano in poche ore o in una notte.
Ne ricordiamo alcune: attacco alla caserma della GNR a Avegno, attacco tra Sori e Recco, uccisione del comandante delle Brigate Nere di Santa Margherita Ligure, avvenuta a Rapallo, nella zona dell'attuale casello autostradale, il pomeriggio dell'8 novembre.
Quel giorno una serie di colpi sparati in rapida successione sul ponte della strada che dal centro di Rapallo porta a Santa Maria e a San Pietro denotava che qualcosa di importante era successo. Ferdinando Casassa, 47 anni, comandante delle Brigate Nere nella vicina Santa Margherita, giaceva riverso in mezzo alla strada, accanto alla bicicletta con la quale era giunto fin lì. Non sappiamo se Casassa si era recato a un appuntamento con dei partigiani che gli avevano proposto uno scambio, come in seguito si disse. Sappiamo però che era un personaggio importante: Ferdinando Casassa, presente! Titolava infatti il giornale del fascio di Chiavari l'articolo che gli dedicava. Lo stesso giornale, nel marzo successivo, in uno degli ultimi numeri, indicava in un certo Giuseppe Giuffra, Il biondo di Casassa, come il partigiano che lo aveva ucciso.
Di certo sappiamo che i partigiani, rapidamente come erano venuti, abbandonarono la zona seguendo la strada più semplice e veloce, il sentiero che sale lungo il crinale dell'Appennino e che conduce a Tribogna, a Serra di Moconesi.
Intanto si avvicinava l'inverno, il terribile inverno 1944/45. Fenoglio ci ha descritto il suo partigiano Johnny che percorreva, solo, le creste delle colline delle Langhe, dopo che il generale Alexander aveva invitato, nel suo famoso proclama, i partigiani a tornare a casa, ad aspettare la primavera. Ma in quale casa potevano tornare, se le città erano occupate dai tedeschi e dai fascisti? Anche sulle nostre montagne fu un inverno freddo e difficile. Il vento e la neve sferzavano le cime delle montagne e le valli, mentre gli alpini della RSI e gli ausiliari compivano incursioni sempre più ardite. Zolezio e i suoi dovevano muoversi incessantemente per non cadere prigionieri, ad un certo punto vennero localizzati a Torriglia, ben lontani dai loro luoghi abituali. Intanto gli uomini, chi poteva, chiedeva una licenza per trascorrere a casa le feste di Natale, licenze ben felicemente accordate in quelle difficili situazioni.
Con il procedere dell'inverno intanto, Zolesio aveva proceduto a consolidare la presenza di una seconda brigata nell'alta val Bisagno, al comando di Machiavelli, a febbraio si accordarono per delimitare il territorio operativo.
Intanto i rapporti con i garibaldini della Cichero, dopo i forti attriti iniziali, si stabilizzarono, anche perchè Bisagno, all'inizio del 1945 dovette subire lo spezzettamento della sua divisione in due, con la formazione della Pinan-Cichero in alta Val Trebbia. Evidentemente il partito comunista non si fidava troppo di un comandante carismatico, molto popolare tra i suoi uomini.
Con la primavera e il profilarsi della sconfitta nazifascista, rifiorirono le iniziative partigiane. A metà aprile venne programmato un attacco alla caserma della GNR di Rapallo, che non venne effettuato per ostacoli frapposti dal CLN locale.
Ora le brigate Matteotti erano due: la Borrotzu, schierata a Barbagelata, Moconesi, Tribogna, e Recco e la Lanfranconi, tra Bargagli, l'alta val Fontanabuona e Camogli. Inoltre c'era una formazione di manovra, Castelletto. Ogni brigata, a sua volta, era composta da squadre d'azione, per un totale di poco meno di 500 persone. L'armamento in gran parte era leggero. Ad esempio, il distaccamento Di Maggio della Borrotzu, era composto da 35 uomini, e aveva 2 bazooka, 2 mitragliatori, due armi automatiche e 20 fucili Mauser. Mentre il distaccamento A della Lanfranconi aveva 25 uomini e 15 fucili Mauser. Questi dati provengono dalla relazione di Zolezio del 16 aprile. I due gruppi li ritroveremo più avanti a Rapallo.
Intanto, in vista dell'insurrezione finale, il comando genovese elaborava un piano per il giorno X.
Di piani in realtà ne vennero realizzati più di uno, noi qua citeremo solo i compiti assegnati alle Brigate Matteotti.
Dalla valle del Bisagno doveva scendere ad attaccare le caserme di Sturla, mentre sulla costa avrebbe attaccato i presidi tedeschi fino a Recco. All'interno, unitamente a reparti della Cichero, si doveva attestare sopra Uscio, per bloccare il ritiro dei tedeschi verso la val Trebbia.
A grandi linee queste prescrizioni vennero scrupolosamente eseguite, con una eccezione.
Nella notte tra il 23 e il 24 aprile vennero compiuti gli attacchi nella valle del Bisagno, da dove, dopo aver catturato prigionieri tedeschi e fascisti, si spostarono sopra Sturla. Attaccarono il presidio tedesco che verso sera del 24 si arrese.
Sopra Uscio, unitamente a partigiani della Cichero e in collegamento con gli angloamericani, presero contatto con 5000 tedeschi e fascisti. Questi dapprima rifiutarono la resa, ma dopo alcuni combattimenti, vista l'impossibilità di transitare, si arresero.
In questa azioni le due Brigate persero un solo uomo, a Sturla.
Più pesante di conseguenze l'azione nel Tigullio, a Rapallo. Come abbiamo visto nel piano originario non era prevista alcuna azione a oriente di Recco. Allora sorge la domanda, perchè scesero a Rapallo? Risposte certe non ce ne sono, posso dire cosa mi ha detto qualche anno fa il commissario della Borrotzu, Rollero: erano in gran parte di Rapallo, e volevano scendere nella loro città. Noi, aggiunse, sapevamo che Rapallo era piena di tedeschi e li abbiamo dissuasi, ma senza successo.
Descriviamo allora i loro movimenti, come sono stati trascritti nella relazione, datata primo maggio, e firmata dal comandante del distaccamento Di Maggio, Zoran. Zoran, che peraltro non è mai stato identificato, a quell'epoca era ricoverato all'ospedale di San Martino per le ferite ricevute a Rapallo.
Arrivarono probabilmente la sera del 23 aprile sopra Rapallo, all'altezza di Montallegro; al loro arrivo gli alpini della Monterosa si arresero e scesero con loro per richiudersi nell'Albergo Italia, di fronte al castello.
Sul ponte sul torrente San Francesco, ora c'è il polpo, ci fu un primo scontro con una pattuglia tedesca. Un partigiano, un rapallese di origini sarde, cadde ucciso. Successivamente si spostarono a occidente, per attaccare il presidio tedesco forte di circa 1000 uomini, che si trovava nella casa del Fascio, all'inizio dell'Aurelia . Nel combattimento seguente i tedeschi ebbero 2 morti e 6 feriti. Alle ore 14 del 24 i tedeschi chiesero una tregua per poter sgombrare verso Genova. La tregua venne accordata fino alle ore 24, ma alle 22,30 i tedeschi chiesero una dilazione per poter partire la mattina dopo. La dilazione venne accordata. A questo punto i partigiani commisero l'errore di sentirsi al sicuro, probabilmente abbandonarono la cautela per circolare liberamente in città. Poco dopo una bettolina carica di tedeschi, proveniente dalla Spezia o da Sestri Levante arrivò in porto. I tedeschi sbarcarono, incontrarono i partigiani e li misero contro il muro antisbarco. Erano 13, due si salvarono scavalcando il muro e scappando in mare, degli undici, sei morirono subito, uno (il comandante Dal Mulin) due mesi dopo all'ospedale San Martino di Genova. Probabilmente i tedeschi non appartenevano alla Wehrmacht ma alle SS.
La mattina seguente, era il 25 aprile, a Genova i tedeschi si sarebbero arresi solo la sera, in comune si installò il CLN e proclamò la nuova amministrazione.
Il Dott. Manlio Piaggio, che quei giorni visse in prima persona, scrisse, in una lettera del 1955, che la mattina del 25 aprile, tra le 10 e le 11 vide arrivare le prime camionette di americani. Rapallo era ormai libera. I tedeschi erano ancora asseragliati nella casa del fascio, lì dove erano stati attaccati la sera prima dai partigiani giellisti. Aspettavano gli alleati per arrendersi. Il giorno dopo arrivarono i partigiani della Coduri, reduci dai combattimenti del Tigullio orientale. Possiamo quindi concludere affermando, con Manlio Piaggio che, come Genova, anche Rapallo venne liberata dai partigiani, i partigiani di Giustizia e Libertà.















Socio fondatore del Gruppo di Volpedo e del Network per il socialismo europeo .