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TITOLO

Cittadini africani, in piedi

 

(a cura di Nigrizia- Maggio) al Presidente dell'Unione Africana, che chiede un intervento dell'Europa perché intervenga sui conflitti in questo amato e sfortunato continente, di cui non si occupano i nostri media.

DATA

26/05/2004

LUOGO

Nigrizia

«L’Africa sta cercando la via di uscita dai suoi problemi e lo sta facendo seriamente. È vero che in questo momento alcuni segnali non sono positivi. La situazione attuale del continente non è una fatalità: conosciamo benissimo le cause dei problemi africani. E l’Unione Africana è una delle risposte a questa situazione».Alpha Omar Konaré, già presidente del Mali, è il presidente della Commissione dell’Ua (Unione Africana). Spiega con calma: «L’Ua rappresenta la volontà africana di prendere il proprio destino in mano, è l’immagine di un’Africa responsabile. La pace e la sicurezza vanno migliorando. Sono timidi segnali, però i conflitti di lunga data si stanno risolvendo. La guerra civile in Angola è quasi una pagina chiusa. La Repubblica democratica del Congo vive una situazione migliore di quella di qualche mese fa. In Sudan – anche se ci sono le complicazioni del Darfur –, mai siamo stati così vicini alla pace». Konaré riconosce anche che «la situazione politica non migliora allo stesso modo in tutti i paesi», tuttavia «c’è una dinamica democratica che dobbiamo rafforzare, ed è proprio questa dinamica che facilita l’integrazione regionale. Integrazione che non significa solo libero scambio commerciale. L’Ua lavora per costruire una confederazione di stati. Non è un sogno; ci crediamo e sta scritto nell’agenda dei nostri popoli». Lo scorso 18 marzo si è insediato ad Addis Abeba il parlamento panafricano. Qual è il suo ruolo?È un evento storico. Per la prima volta dei parlamentari africani provenienti da varie regioni si sono ritrovati per parlare dei problemi del continente. Il parlamento ha il compito di sostenere la democrazia, di riavvicinare i popoli africani e di far emergere l’idea di una cittadinanza africana. Sono sicuro che sarà uno strumento straordinario per dare più slancio alle nostre iniziative di pace. È vero che questo parlamento ha prima di tutto uno ruolo consultivo, però potrà far crescere il dialogo tra partiti e società civile, e potrà concorrere a consolidare un’opinione pubblica africana. Quali sono le istituzioni dell’Ua?Intanto c’è la Commissione dell’Ua, cioè il governo, composta di 10 membri, 5 uomini e 5 donne. Ed esiste il Consiglio di pace e sicurezza. Stiamo creando il Consiglio economico e culturale, e le due Corti di giustizia: la Corte africana di giustizia e la Corte africana dei diritti dell’uomo e dei popoli. Il tutte le istituzioni ci sarà una rappresentanza delle donne pari al 50%.Il continente vive forti conflittualità. L’Ua può contribuire a ridurle?In alcuni casi le contese riguardano i confini degli stati. Dobbiamo prevenire le tensioni lavorando su questo problema, ma anche adoperandoci per una cultura della convivenza e della collaborazione al di là dei confini. Dobbiamo tutti imparare a costruire nuovi rapporti tra stati e tra regioni. La seconda causa dei conflitti è l’organizzazione delle elezioni: bisogna organizzarle meglio e renderle più credibili. Un altro problema è la cattiva gestione della cosa pubblica. Ne sono implicati sia regimi non democratici sia governi eletti regolarmente, che tuttavia pensano di poter permettersi tutto. L’Organizzazione dell’unità africana (Oua) si atteneva al principio della "non ingerenza" negli affari interni degli stati. Un passo storico compiuto dall’Unione africana è affermare la politica della "non indifferenza". Significa che interverremo per prevenire il degenerare di situazioni di tensione. Ripeto, la situazione attuale del continente non è una fatalità; le cause dei conflitti sono conosciute e dobbiamo oggi avere la volontà di risolverle. Ci stiamo dando gli strumenti per farlo. L’Ua non è solo un’unione degli stati, ma anche un’unione dei popoli. Per cui è importante, se non decisivo, che il nostro lavoro sia collegato alla partecipazione della società civile, delle donne, dei giovani. In questo progetto dell’Ua quanto c’è dell’idea panafricanista di Kwame Nkru-mah, il presidente dell’indipendenza del Ghana?Nkrumah voleva subito, nel 1963, un governo e un esercito panafricani, un’Africa già "una", gli Stati Uniti d’Africa. Nell’Ua c’è la consapevolezza che, se tutto va bene, l’Africa unita sarà una confederazione di stati. L’esperienza di questi ultimi anni ci dice che è bene procedere per tappe. Oggi abbiamo replica breitling realtà regionali come l’Unione del Maghreb arabo (Uma), la Comunità economica dell’Africa occidentale (Cedeao), la Comunità economica e monetaria dell’Africa centrale (Cemac)… Questi sono pilastri dell’Ua. Ciò vuol dire che, accanto alle singole nazionalità, domani avremo magari la Federazione degli stati dell’Africa occidentale, la Federazione degli stati dell’Africa del nord, la Federazione degli stati dell’Africa centrale, quella degli stati dell’Africa orientale e dell’Africa del sud. Saranno queste federazioni regionali ad aiutare l’Ua a diventare una confederazione. E il giorno in cui l’Ua sarà una vera confederazione e le organizzazioni regionali saranno delle confederazioni, allora la strada verso gli Stati Uniti d’Africa sarà aperta. Non posso dirle quando accadrà, ma le posso assicurare che è la volontà dei popoli africani espressa tramite la creazione del parlamento africano. Il terrorismo non risparmia l’Africa. L’Ua come contribuisce a combatterlo?L’Africa non può essere ai margini della lotta al terrorismo. Ciò che è successo a Madrid ci chiama in causa; ciò che succede in altre nazioni ci riguarda. Quando ci impegniamo nella lotta contro il terrorismo, non lo facciamo per gli Stati Uniti o per l’Europa, ma per noi stessi. Per lunghi anni, il terrorismo ha colpito in Africa. Penso all’Algeria, ma non solo. Nessuno ci ha fatto caso. Oggi, a causa della povertà e delle guerre, l’Africa può essere un rifugio per i terroristi. Dobbiamo combatterli. Nei prossimi mesi creeremo un nostro centro di studi e di analisi sul terrorismo per coordinare gli forzi e rendere più efficace l’azione di contrasto. Veniamo ad alcune aree di crisi: Costa d’Avorio…Seguiamo da vicino quello che sta succedendo in Costa d’Avorio. Abbiamo fiducia nella classe politica ivoriana e speriamo vivamente che gli accordi di Marcoussis si attueranno. Certo, quando si creano determinate fratture, è difficile ritrovare la pace. Non la si ricupera dall’oggi al domani. Vogliamo fare il possibile perché i vari protagonisti riprendano il dialogo e mettano gli interessi del paese al di sopra di tutto. La Costa d’Avorio è una grande nazione ed è stata una terra d’accoglienza. Lo è tuttora. È il destino del paese che è in gioco. Noi continueremo con i nostri mezzi politici ad andare incontro ai nostri fratelli ivoriani perché si parlino. Perché il problema è prima di tutto politicoSudan: un milione di profughi nel Darfur…Il Darfur ci preoccupa. Pensiamo che non sono i mezzi militari a poter risolvere il problema del Darfur. Sono convinto che i nostri fratelli sudanesi troveranno delle risposte politiche perché la situazione non degeneri e si possano così risolvere i problemi umanitari di quell’area. Ci sono dei paesi, come il Ciad, che aiutano queste popolazioni. L’Unione africana non si è tirata indietro. Abbiamo mandato delle missioni sul campo e stiamo facendo di tutto perché i vari protagonisti s’incontrino. Il Sudan è il paese più grande del continente e confina con nove nazioni. Ed è una fonte notevole di risorse. A volte ci mettiamo a sognare, dicendo che, se ci sarà pace in quella zona, dall’Egitto fino all’Etiopia, si potrà produrre di tutto. Ma ci vuole la pace. E la Somalia?L’Unione africana ha a cuore le sorti di questo paese. Vogliamo che la Somalia si rimetta in piedi, anche se siamo consapevoli che ha conosciuto per lunghi anni la condizione di "non stato". Fortunatamente da qualche anno ci sono dei segni che ci fanno credere nella possibilità di una rinascita. Stiamo seguendo i negoziati tra le varie componenti somale in Kenya. Auspichiamo che s’iscrivano nel quadro di un vero processo democratico e che la pace in Somalia non sia di nuovo presa in ostaggio da trafficanti di ogni genere






Socio fondatore del Gruppo di Volpedo e del Network per il socialismo europeo .