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CULTURA POLITICA

TITOLO

MAURO BARBERIS Etica per giuristi, Laterza, 2006
  A proposito di Barberis, Etica per giuristi di Realino Marra
DATA 15/12/2006
LUOGO Genova

CIRCOLO GUIDO CALOGERO E ALDO CAPITINI
CULTURA POLITICA E DIRITTI DEL CITTADINO
www.circolocalogerocapitini.it
luigi@fasce.it
cell.3391904417


Venerdì 15 dicembre 2006 ore 17,30-19,30

Provincia di Genova Sala di Minoranza (Piano Terra)
Via Roma Palazzo della Prefettura – Genova

INVITA
alla tavola rotonda su Diritto, Morale, Politica
in occasione dell'uscita del libro di

MAURO BARBERIS Etica per giuristi,
Laterza, 2006

ne discutono con l'autore

VINCENZO FERRARI (università di Milano)
RICCARDO FERRANTE (università di Genova)
REALINO MARRA (università di Genova)
PIERFRANCO PELLIZZETTI (comitato scientifico di Critica liberale)

Moderatore LANFRANCO VACCARI (direttore Secolo xix)


presenta MARCO FALLABRINI- Consigliere Provincia di Genova
introduce LUIGI FASCE - presidente Circolo


Segue pubblico dibattito

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Etica per giuristi è un libro importante, innanzitutto perché è molto utile – nel senso che proverò a illustrare -, perché è un libro profondo attorno a questioni complesse, e ciò nonostante – altro motivo di merito - aiuta il lettore a non gettare la spugna a cospetto di queste, grazie a quello stile brillante, felicemente non accademico, che considero da sempre una sorta di marchio di fabbrica di Barberis.
Di un libro importante che si occupa di questioni fondamentali (diritti, democrazia, libertà) bisognerebbe probabilmente parlare in maniera sistematica, ma ciò porterebbe via troppo tempo. Procederò dunque selezionando: e la selezione, va da sé, è del tutto arbitraria, risulta semplicemente dagli aspetti che mi hanno colpito di più. Parlerò del titolo, della avalutatività, del possibile significato della scienza per l’etica, un po’ di Weber inevitabilmente visti i temi, e infine di cataloghi dei diritti.
Dalla Presentazione si evince che il libro si occuperà di valori e princìpi da un punto di vista meta-etico, come rassegna pertanto delle questioni etiche dibattute dai giuristi e dei modi in cui sono tematizzate. Ho pensato - ma solo per un attimo - il titolo non va bene, promette più di quanto possa mantenere, un prontuario di etica normativa a disposizione di giuristi neghittosi o troppo affaccendati per pensare con la loro testa. D’altra parte, aggiungo, uno svolgimento effettivamente di questo tipo mi avrebbe sorpreso non poco conoscendo, in tema di concetti (concetti di valore, in questo caso), la propensione dell’autore per obiettivi di tipo conoscitivo-analitico. Sennonché: sempre nella Presentazione Barberis chiarisce che il punto di vista adottato non è solo meta-etico, ma anche avalutativo. Ed “avalutativo” non nel senso minimalista immaginato da altri filosofi analitici (Bobbio su tutti) che arrivano a fare del rigore concettuale addirittura l’unico valore che uno scienziato dovrebbe permettersi, il suo modo peculiare di partecipare alla contesa politica (un’interpretazione che avrebbe sbalordito Weber, notoriamente politico appassionato), ma “avalutativo” in un’accezione, mi sento di poter dire, realmente rispettosa della riflessione weberiana. «Avalutatività – scrive Barberis - non significa né oggettività, né neutralità, e neppure assenza di valutazioni». Vuol dire distinguere bene, con probità, tra lavoro scientifico e valutazione etica, senza tuttavia ritenere che queste attività siano reciprocamente indifferenti. Liberi dai valori non significa disinteressati ai valori, ma imparziali, vigili nei confronti delle ideologie, severi verso le posture (imposture) profetiche spesso predilette dagli intellettuali, e soprattutto dai docenti universitari, nelle aule di lezione e non solo.
Ma chiarito questo, che la avalutatività è semplicemente – si fa per dire – dovere di onestà intellettuale, il postulato non solo consente, ma auspica in realtà comunicazioni ragionevoli tra le due sfere. La scienza certo non può risolvere direttamente questioni pratiche nell’ambito degli ordinamenti sociali, ma sicuramente promuove chiarezza e senso di responsabilità. E di questi è legittimo profittare; aiutano a prendere posizione secondo i valori che ognuno s’è dato, contribuiscono a selezionare tra gli strumenti e gli orientamenti quelli più efficaci per ottenere un determinato risultato - quello prescritto dalle proprie convinzioni - nella vita politica quotidiana. Scrive Weber nella Scienza come professione del modo in cui è legittimo parlare di democrazia in un’aula universitaria o in un testo scientifico. L’esempio viene davvero bene in rapporto alle ricognizioni concettuali del libro di Barberis. Questo ipotetico autore ricorderà le diverse forme di democrazia, analizzerà il modo in cui funzionano, stabilirà quali sono le conseguenze dell’una o dell’altra forma nella vita pratica, ad esse contrapporrà poi le altre forme non democratiche nell’organizzazione politica. In breve, «cercherà di giungere al punto in cui l’ascoltatore sia in grado di prendere posizione secondo i propri ideali» (che dire? il secondo capitolo di Barberis interpreta davvero al meglio lo spirito weberiano). Ma fatto questo, quell’autore dovrà fermarsi, evitando di sospingere verso una scelta piuttosto che un’altra. Al contempo l’esempio ci fa capire che chiarezza e senso di responsabilità non sono troppo poco per chi cerchi risposte ai problemi ultimi, i problemi che contano davvero, quelli del vivere e del vivere assieme agli altri.
E allora mi correggo. Etica per giuristi non è semplicemente un titolo migliore o più accattivante: è un titolo a suo modo corretto per la grande funzione utile che il libro è in grado di assolvere: l’indispensabile, preliminare operazione di ricognizione sui significati possibili dei concetti di valore con i quali il giurista non può non entrare in contatto, e rispetto ai quali è necessario che sperimenti, chiarisca e approfondisca la sua visione del mondo. Questo io chiamo un giurista responsabile, fortificato da una duplice consapevolezza: quella del mondo complicato in cui il destino lo ha gettato, così come, al contempo, quella della sua sensibilità etico-politica rispetto ad esso. «Werde, der du bist», diventa ciò che sei, è il motto di Nietzsche che Weber mette in chiusura della Scienza come professione. Con parole diverse, ma il senso è ugualmente chiaro. Le domande di Tolstoj, sul cosa fare, sul come vivere, diventano semplici quando ognuno abbia trovato la propria vocazione, individuato il demone che regge i fili della propria esistenza. Questo il giurista Weber ha applicato a se stesso, nella polemica anti-feudale di tutta la sua vita, oppure nel lavoro per la Costituzione di Weimar. Questo secondo me anche il giurista di oggi non può esimersi dal fare, con quell’ausilio di chiarificazione (non troppo grande, ma neanche troppo piccolo) che ancora può venirgli dalla scienza.
E a proposito di demoni e di politeismo: anche Barberis collega giustamente Weber a Nietzsche, e si chiede poi se dal politeismo vitale del secondo, egli abbia sviluppato un politeismo strettamente etico. Per me la risposta è ovviamente affermativa: da giurista Weber ha sempre chiarito (non nelle aule universitarie, ma) nella discussione pubblica quali erano i valori in conflitto e cosa scegliere, ad esempio - proprio negli anni di Weimar - promuovendo a gran voce la democrazia del capo, in opposizione alla democrazia debole, quella dei politici senza vocazione e qualità carismatiche. Una scelta, anzi una scelta radicale, rispetto alla quale come è noto è stato è stato vivacemente accusato post mortem.
I diritti sono un ottimo banco di prova per confermare le cose dette fin qui. I diritti sono prodotti storici, conclude Barberis, ogni periodo, ogni costituzione ha generato i suoi, portando alla fine ad una situazione, come quella attuale, di «affastallemento» - scrive - in cui i conflitti sono inevitabili, e in cui dunque sono più che mai sollecitati gli orientamenti politici e di valore di tutti noi. Ricordando Bobbio, Barberis sottolinea la vanità di tutti i fondazionalismi, a partire da quelli antichi e venerabili, come quello di Kant. Non ci sono fondamenti etico-normativi da cercare per giustificare i diritti. Il problema piuttosto, conclude Bobbio, è quello di difenderli. Bene, la direzione è saggia, ma mi pare anche che Bobbio vada poi con grande serenità troppo lontano. Difendere cosa? Tenderei per prudenza a fermarmi intanto un attimo prima, e a decidere cosa pensare, un po’ all’ingrosso, del progetto dell’illuminismo. Weber ad esempio è scettico, ma ci sono – è noto - critici ancora più radicali come Nietzsche, il quale nel nome del pathos della distanza e del diritto dei signori, ritiene che i diritti siano una congiura contro di questi e gli spiriti liberi, un omaggio reso all’animale del gregge. E non soltanto Weber e Nietzsche, v’è poi la letteratura novecentesca sul volto oscuro dell’illuminismo, Horkheimer, Adorno, il nietzscheano Foucault. Anche solo il prestigio di questo schieramento sollecita, direi, ad una prima scelta di campo: dobbiamo ancora prendere sul serio il programma dell’illuminismo, e dunque con esso prendere sul serio i diritti, la creazione giuridica più importante dell’età delle rivoluzioni?
Se s’imbocca questa strada s’è fatto già qualcosa, ma certo, bisogna essere onesti, solo un primo passo incontro a problemi che, a oltre due secoli dalle dichiarazioni più importanti, si sono fatti inevitabilmente più complicati. La storia ci aiuta, è chiaro, a orientarci un po’, a distinguere fasi diverse e dunque generazioni differenti di diritti.
Barberis doverosamente parte dal piccolo-grande classico di Tom Marshall, Cittadinanza e classe sociale. E’ un libro importante di suo, ma anche utile per le argomentazioni che svolgo in queste note. Le classificazioni e i cataloghi servono se ci aiutano a far chiarezza nel senso di cui sopra, ma vanno anche adoperati con accortezza se tendono poi ad insinuare il pensiero che vi sia una linea di ragione o di progresso nella storia. Dedicando l’ultimo paragrafo del capitolo ai conflitti tra diritti Barberis ci richiama di nuovo, molto opportunamente, ad un sano realismo dinanzi a tali illusioni.
Apparteniamo ad una generazione che ha sperimentato una dimensione della cittadinanza ispirata da un’idea (accattivante ma insidiosa) di espansione dei diritti. E’ l’idea che vive nelle Costituzioni del dopoguerra, nell’art. 20 del Grundgesetz, lo Stato sociale democratico, nella prima parte della nostra Costituzione, che porta in maniera significativa lo stesso titolo che troviamo nella Costituzione di Weimar, “Diritti e doveri dei cittadini”. Sul piano teorico è appunto ben rappresentata dal libro di Marshall del 1950. Secondo quest’immagine, sul diritto di cittadinanza, di appartenenza ad una comunità politica, si sarebbero successivamente depositati una serie di diritti, prima quelli civili con l’età delle Rivoluzioni, poi quelli politici, e infine quelli sociali, secondo una linea di arricchimento progressivo (si leggano al riguardo le pagine di Introduzione di Sandro Mezzadra all’edizione italiana del libro). Per richiamare ancora Bobbio, la linea proseguirebbe ancora con il complesso eterogeneo dei cd. diritti di quarta generazione, il diritto all’ambiente, i diritti bioetici sugli interventi di manipolazione della vita, i diritti delle generazioni future, i diritti degli animali, e altri ancora.
Ma ritorniamo a Marshall. Dietro la sua opera non c’è solo l’Inghilterrra del piano di welfare state del 1941, c’è il pensiero economico keynesiano, c’è Schumpeter. Ma soprattutto un’osservazione di prima mano del grande modello costituzionale sui diritti sociali, la Costituzione di Weimar appunto, immaginata nelle sue linee fondamentali da Weber e poi concretamente costruita da Preuss. Marshall era stato internato in Germania per quattro anni, conosceva bene la situazione politico-istituzionale di quel paese dopo la Grande guerra. Ecco, proprio nella seconda, rolex replica dettagliatissima parte di quella Costituzione, Marshall credeva di vedere questo passaggio evolutivo dalla libertà alla protezione attiva dei cittadini, come trasformazione fondamentale dell’idea di cittadinanza.
Una serie di circostanze, di quelle però che non si ripetono, le spinte di solidarietà del secondo dopoguerra, il confronto-competizione dell’Occidente con il modello socialista, una forte e prolungata crescita economica hanno messo le politiche pubbliche sulla strada dei tentativi di realizzazione di questo modello, con la progettazione di interventi di tipo universalistico.
Poi è venuto il ’68, sono venuti i movimenti, gli studenti, il femminismo, le contestazioni, e così anche il buon Marshall è stato trascinato sul banco degli imputati. Si è contestato come ideologico l’universalismo della cittadinanza democratica, si sono svelati i processi reali di esclusione, si sono tacciate di paternalismo e di dirigismo le politiche sociali (su questo si veda più ampiamente Mezzadra nella Introduzione citata sopra). Paradigmatico è il caso dell’America, i cui le lotte degli afro-americani non erano né per la terza né per la seconda generazione dei diritti, ma proprio i primi, quelli civili, i diritti di libertà.
Pochi anni e lo scenario cambia di nuovo, c’è la crisi petrolifera del 1973, la crisi fiscale dello stato per adoperare il titolo di un libro di O’Connor (apparso proprio quell’anno), la rinascita del pensiero liberale (agevolata almeno in parte, io penso, da questi rivolgimenti strutturali). Tutto questo, negli ultimi trent’anni ha fatto se non dileguare, di sicuro modificare profondamente l’oggetto di così tante attenzioni amorevoli, e cioè lo Stato sociale democratico, per riprendere ancora l’espressione del Grundgesetz. E così questa storia indocile, che proprio non ce la fa ad accontentare i nostri desideri, dopo che ci ha fatto intravedere la cornucopia dei diritti sociali (lavoro, salute, istruzione, previdenza, assistenza …), dopo che ci aveva abituato a declinare la cittadinanza in termini di diritti in espansione, dopo averci addirittura concesso negli anni sessanta il lusso della critica, ci costringe alle posizioni difensive di oggi, agli sforzi faticosi di convertire le politiche sociali vecchio stile in un modello plurale e decentrato, la cui struttura si fa fatica a intravedere nitidamente (ma quello che trapela non autorizza certo “grandi speranze”).
Tutto questo per dire che dinanzi alla sovrabbondanza ormai solo verbale dei diritti, nelle Costituzioni, nelle Dichiarazioni, nei Patti, nelle Convenzioni, è meglio attrezzarsi e prendere partito. Difendere i diritti, ci diceva - lo abbiamo visto prima - il vecchio Bobbio. Già, ma quali? Stanno insieme in un quadro coerente, in una prospettiva soprattutto di equilibrata e concreta protezione, la libertà della scienza, la libertà di pensiero, i diritti dei lavoratori, il diritto alla salute dei cittadini, i diritti degli anziani, i diritti dei bambini, i diritti degli embrioni, i diritti delle generazioni future, e potrei proseguire per un’altra mezz’ora solo elencando? La risposta è evidente, non dovrebbe neanche essere detta. Ad ogni modo è no. Non foss’altro che per questa circostanza: come ricorda Barberis sulla scorta del libro di Holmes e Sunstein, tutti i diritti costano, a partire dai diritti di libertà. E dunque è bene che chiunque, non solo quelli che entrano in un’aula di giurisprudenza o di tribunale, ma tutti quelli che sperimentano i conflitti della vita sociale, si facciano rapidamente un’idea, in questo quadro di politeismo variopinto, su quale demone ascoltare tra i tanti – come scrive Weber – che pur spogliati dei loro nomi antichi e divenuti potenze impersonali, hanno ripreso la loro contesa per il dominio della nostra vita e delle nostre speranze.


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Socio fondatore del Gruppo di Volpedo e del Network per il socialismo europeo .