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CULTURA POLITICA

TITOLO

I DIRITTI Conferenza dibattito Relatore: MAURO BARBERIS UNIVERSITA’ TRIESTE
  Relazione della conferenza di Mauro Barberis Segue sintesi di Giorgio Boratto
DATA 17/11/2006
LUOGO Genova

CIRCOLO GUIDO CALOGERO E ALDO CAPITINI
CULTURA POLITICA E DIRITTI DEL CITTADINO
www.circolocalogerocapitini.it
luigi@fasce.it
Venerdì 17 novembre 2006 ore 16,30-19,00
Palazzo Ducale –
Sala Liguria Spazio Aperto(piano nobile)
Piazza De Ferrari
Genova
INVITO
Conferenza dibattito sui

DIRITTI

Relatore: MAURO BARBERIS
UNIVERSITA’ TRIESTE

Presentazione: MARCO FALLABRINI
consigliere Provincia di Genova

Introduzione: MARIO MENINI
Consigliere Comune di Genova

Moderatore LUIGI FASCE
Presidente Circolo Guido Calogero – Aldo Capitini


Segue pubblico dibattito
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Introduzione
di Marco Menini
"

Signore e signori, cari amici,
introdurre uno studioso del calibro di Mauro Barberis è - al tempo stesso - impresa facile e difficilissima.

È facile perché questo nostro concittadino, in temporanea trasferta nell’estremo Nord-Est (a Trieste), è uno dei più autorevoli filosofi del diritto italiani; allievo di quel Giovanni Tarello che è stato uno degli intellettuali più in vista e presenti nel dibattito pubblico genovese, sino alla sua prematura scomparsa.

Difficile, perché la ricchezza del pensiero del nostro odierno conferenziere, accompagnata da un’ironia (british ma non di rado pungente), mette a rischio chi vorrebbe - in sede di presentazione - azzardarsi a competere con lui sul tema in oggetto di questo nostro incontro: i Diritti.

Per questo mi limiterò ad accennare alle ragioni per le quali il Circolo Calogero - Capitini ha voluto - dopo la magistrale lezione di Carlo Augusto Viano sul Laicismo, dell’ottobre scorso - affrontare tale tema. E queste possono essere riassunte in un perché. Perché su questo terreno si gioca una partita fondamentale per la difesa di quei valori di Europa civile tanto cari ai due maestri cui il nostro circolo si intitola.

Jurgen Habermas ha scritto che i diritti eguali sono le “stecche del corsetto” della cittadinanza democratica. Ma oggi questa cittadinanza democratica - Kant la chiamerebbe “cosmopolitica” (e con lui Norberto Bobbio) - si trova sotto grave minaccia. Anche sul fronte occidentale. Perché - come osservava Stefano Rodotà - “si manifesta sempre più nettamente una dialettica (un conflitto) tra un’area europea ancora fortemente innervata di diritti, e un’area americana dominata dalla logica economica, e perciò incline anche a ridurre diritti che essa stessa aveva contribuito a fondare”. Pensiamo non solo ai diritti tradizionali, ma anche ai nuovi diritti: dalla privacy a quelli ambientali.

Sicché il tema dei diritti diviene ineludibile, visto che proprio su questo terreno avviene il difficile ma essenziale tentativo di definire valori comuni capaci di scavalcare le frontiere, di rafforzare diritti tradizionali e offrire garanzie adeguate a quelli nuovi.

Dunque, proprio qui passa la cittadinanza del nuovo millenni che - cito ancora Rodotà - “non può nascere se i cittadini del mondo vengono visti solo come una sterminata platea di consumatori, come l’oggetto di un’implacabile sorveglianza e classificazione tecnologica”.

Ecco dunque che il nostro tema si salda con quello della Libertà, su cui Mauro Barberis - autore di uno dei più importanti saggi pubblicati al riguardo nell’ultimo decennio - può essere una guida preziosa. L’utopia carica di speranze in un contesto carico di rischi e minacce; nel passaggio dal dibattito sulle idee all’individuazione di linee politiche con tali idee coerenti. Come ci hanno insegnato a fare maestri come Calogero e Capitini.

Il cui magistero attende di essere costantemente aggiornato nell’oggi e proiettato nel domani. Un domani che - appunto, secondo il nostro auspicio - dovrebbe assumere il profilo della cittadinanza universale. E l’universalizzazione dei diritti come motore di questo processo.

Vi ringrazio.

Do ora la parola al professor Barberis.

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Diritti: totem e tabù
di Mauro Barberis

1. Totem e tabù (1913), come il lettore colto certamente non ignora, è un’incursione di Sigmund Freud, il padre della psicanalisi, sul terreno dell’antropologia, lo studio dell’uomo primitivo, o “selvaggio”, o pre-letterato: incursione che i più ricorderanno soprattutto per il memorabile consiglio di rendere tabù, e dunque d’interrompere, qualsiasi rapporto fra genero e suocera. Qui, invece, le nozioni freudiane di totem e tabù saranno usate per illustrare l’atteggiamento della cultura panerai replica occidentale contemporanea nei confronti dei diritti. I diritti sono davvero, qui e oggi, i nostri totem e i nostri tabù. Sono certamente i totem, gli idoli, della nostra tribù: ormai estesasi sino a ricomprendere l'intera cultura occidentale moderna. Ma sono anche una forma di tabù, o almeno qualcosa di cui non si può parlare male: anche se a volte la tentazione sarebbe forte.

2. Sulla storia dell’idea di diritti, posso solo rinviare a un mio libro recente, l’imperdibile Etica per giuristi (Laterza, 2006): che, nonostante quanto lascia pensare il titolo, pensato apposta per sabotare le vendite, non è rivolto solo ai giuristi, e che comunque inizia proprio con un capitolo sui diritti. Essendo l'autore un bieco relativista, gli premeva sottolienare che quella di diritti è un’idea occidentale moderna: idea occidentale, perché per tradurre il termine ‘diritti’ in cinese, ad esempio, si è dovuta coniare una parola apposita, combinando i termini cinesi per ‘interesse’ e per ‘potere’ e creando così una sorta di mostro, tale da scandalizzare la mentalità tradizionale cinese; idea moderna, nel senso che i nostri antenati romani hanno forse inventato l’idea di diritto (oggettivo), ma certo non l’idea di diritti (soggettivi).

3. A proposito: quando e come è stata inventata, l’idea di diritti? Brian Tierney, famoso storico del diritto canonico, pensa che sia nata nelle università medievali, dove i professori si sforzavano già, con scarsi risultati, di far entrare qualche idea nelle zucche dei loro studenti. Orbene, pare che un certo Uguccione cominciasse le sue lezioni di diritto canonico con una lunga elencazione dei significati della parola ‘diritto’: come fanno ancor oggi i filosofi detti analitici proprio per l’abitudine di spaccare il capello in quattro, e non solo quello. Fatto sta che questo Uguccione, dopo aver elencato una lunga serie di significati oggettivi di ‘diritto’, come insieme di norme, di istituti o di rapporti giuridici, introducesse anche un senso soggettivo di ‘diritto’ come potere della ragione individuale: non solo, ma pare che aggiungesse, naturalmente per mettere a loro agio i suoi studenti, che solo un imbecille avrebbe potuto confonderli.

4. Quali che siano state le sue origini, non si può negare che l’idea di diritti ne abbia fatta di strada. Trovate così, in effetti, non restano troppo a lungo nelle aule universitarie o in libri polverosi; di solito, escono fuori, e un giorno, un anno o un secolo dopo le si ritrova sulla bocca di qualche energumeno, che magari non ne capisce nulla, ma aspettando di capirle le usa. Di fatto, l’idea di diritti si diffuse inizialmente soprattutto nei paesi di lingua inglese, dove per indicarla esiste un termine apposito, ‘right’, diverso da quello che indica il diritto oggettivo, ‘law’. Già alla fine della seconda rivoluzione inglese, ai re della nuova dinastia messa sul trono dal Parlamento si fece firmare, a scanso di equivoci, un Bill of Rights, una dichiarazione dei diritti. Qualcosa di simile, dopo varie esitazioni, avvenne anche negli Stati Uniti d’America: pure lì si fece un Bill of rights, i primi dieci emendamenti alla costituzione americana.

5. Già i costituenti americani, pur finendo per redigere una dichiarazione dei diritti, non erano del tutto sicuri di volerla; invece, i rivoluzionari francesi – correndo là dove gli angeli esitano – vollero fare addirittura una dichiarazione dei diritti dell’uomo. Scambiando gli osti parigini per l’uomo in generale, cioè, i francesi non si limitarono a dichiarare i propri diritti, i diritti dei francesi, come avevano fatto gli inglesi con i loro, ma vollero dichiarare i diritti dell'umanità intera. Dalla dichiarazione dei diritti del 1789, in effetti, cominciano due storie molto diverse. Da un lato, la storia delle dichiarazioni dei diritti, sino alla dichiarazione universale del 1948: tutti documenti che si studiano, o meglio che non si studiano, a scuola, nelle famigerate lezioni di educazione civica. D’altro lato, la storia della critica delle dichiarazioni dei diritti, forse meno nota ma quasi altrettanto importante, e su cui comunque occorre soffermarci un attimo.

6. La critica più ovvia, ma anche più banale, fu quella rivolta ai rivoluzionari francesi da un irlandese trapiantato in Inghilterra, Edmund Burke. Costui, che pure aveva appoggiato la guerra d'indipendenza americana, era stato colpito dal carattere a un tempo astratto e violento, e anzi tanto più violento quanto più astratto, della rivoluzione francese: che infatti accusa, per aver ghigliottinato la regina Maria Antonietta, di chiudere l'età della cavalleria, inaugurando il tempo dei geometri e dei ragionieri. La critica che Burke rivolge ai diritti dell'uomo – autentiche divinità dei rivoluzionari senzadio – è sostanzialmente un’accusa di maleducazione: gli inglesi si erano limitati a dichiarare i propri diritti, i francesi non potevano fare altrettanto? Chi li aveva autorizzati a intromettersi nelle faccende dell’umanità?
Un’altra critica, quasi altrettanto banale di quella di Burke, ma più ambiziosa, fu invece rivolta ai diritti dell’uomo da un inglese doc: Jeremy Bentham, proprio lui, il fondatore dell’utilitarismo. Questi mise i diritti dell'uomo fra i sofismi anarchici – così li chiamò – propagandati dai rivoluzionari al solo fine di turbare i sonni della gente perbene come lui; e spinse la propria indignazione sino a qualificarli come menzogne sui trampoli, assurdità al quadrato: robaccia, insomma. La critica più acuta fu invece avanzata da un diplomatico savoiardo, tal Joseph de Maistre: il quale dichiarò che, nel corso della sua vita aveva incontrato molti uomini, al plurale, francesi, russi, piemontesi; che Montesquieu gli aveva insegnato che esistevano addirittura i persiani: ma l’uomo, al singolare, questo strano essere, non l’aveva mai incontrato; se esisteva, era senz’altro a sua insaputa.

7. Nonostante la violenza delle critiche, o forse proprio per questo, l’idea dei diritti ha avuto successo: anche troppo, si potrebbe dire con il senno di poi. Dopo i diritti di libertà delle grandi rivoluzioni occidentali, dopo i diritti politici, riservati a pochi possidenti dallo Stato liberale ottocentesco ed estesi a tutti, persino alle donne, dallo Stato sociale novecentesco, sono venuti i diritti sociali; dunque, se per il momento godiamo dell’assistenza sanitaria o di una pensione, almeno sino alla prossima finanziaria, lo dobbiamo anche a questa idea bizzarra, uscita dalla testa dei canonisti medievali.
Quel ch’è certo, è che dopo le tre generazioni di diritti già menzionate (di libertà, politici, sociali) siamo ormai alla quarta generazione dei diritti: oggi si parla di diritti all’ambiente, alla comunicazione, alla solidarietà sociale, ma non mettiamo limiti allo Stato-provvidenza.
Detto altrimenti: qualsiasi rivendicazione che possiamo coltivare nei nostri momenti di malinconia, e che ci venga in mente di formulare in termini di diritti, ha qualche probabilità di venire presa in considerazione, o addirittura accolta. Vogliamo ottenere la riabilitazione di Adolf Hitler, o di Torquemada, o, si fa per dire, di Luciano Moggi? Abbiamo a disposizione una bella serie di diritti utilizzabili: dalla libertà di espressione a quella di religione. Volendo, però, potremmo anche inventarci un diritto ad hoc: il diritto al revisionismo storico, potremmo chiamarlo. Come stupirci, allora, dell’attuale inflazione dei diritti, che a sua volta produce anche conflitti fra diritti, ossia rivendicazioni di diritti in conflitto fra loro? Tutto questo, comunque, ci induce finalmente a chiederci: ma cosa sono, i diritti?

8. I diritti sono, essenzialmente, interessi giustificati: non meri interessi, dunque, ma interessi giustificati da qualche ragione morale, politica, giuridica, economica… Se qualcosa distingue concettualmente un diritto da un interesse, in effetti, è proprio la giustificazione: le diverse giustificazioni dei diversi diritti.
Si è molto discusso, fra i filosofi, se esista un fondamento, una giustificazione ultima comune a tutti i diritti; ma a parte il fatto che il problema principale dei diritti, come ha detto Norberto Bobbio, non è trovargli un fondamento bensì garantirli, questioni del genere suonano come il vecchio problema teologico dell'esistenza di Dio: chi ci vuole credere ci creda, gli altri si arrangino. Il paragone non del tutto gratuito, se è vero, non solo che i diritti sono gli idoli della nostra tribù, ma che si tratta di divinità essenzialmente plurali, ognuna delle quali funge da fondamento a se stessa.

9. Nel mondo globalizzato, in cui le culture si incontrano, si scontrano e, ancor più, si mescolano, il linguaggio dei diritti viene considerato dalla corrente maggioritaria del pensiero politico occidentale – il liberalismo – una sorta di lingua universale, di esperanto politico che tutti potrebbero comprendere, dai grattacieli di New York agli slums di Calcutta. Che il concetto di diritti sia invece occidentale e moderno, come s'è visto, non costituirebbe un ostacolo, da questo punto di vista: benché non di tutti si possa dire che abbiano il concetto di diritti, di tutti può effettivamente dirsi che abbiano diritti.
Il problema, però, non è teorico ma pratico: non si può parlare di diritti con un fondamentalista islamico, con un comunista cinese o, se è solo per questo, neppure con George W. Bush, pretendendo che questi già sappia di cosa gli stiamo parlando.
Sinché i liberali occidentali, di destra o di sinistra, continueranno a parlare come se il linguaggio dei diritti fosse universale, otterranno lo stesso risultato ottenuto dalle potenze occidentali dicendo che stavano distruggendo l'Iraq per esportarci la democrazia: non ci crederà nessuno.
Il linguaggio dei diritti, infatti, non è neutrale, universale e comprensibile da tutti, anche se vorrebbe esserlo: per renderlo comprensibile occorre tradurlo, contaminarlo, ibridarlo. Se dovessi discutere con un imam iraniano sul perché io credo che tutti abbiano diritto a non essere torturati, a girare a volto scoperto e ad andare a letto con chi gli pare, mi servirebbe a poco dirgli che quelli sono anche i suoi diritti. Otterrei un risultato migliore, forse, se gli dicessi che i diritti sono gli dei in cui crede – se non il sottoscritto, notoriamente scettico – quantomeno il mio popolo: gli idoli della mia tribù.
Se mai dovessi difendere i diritti dell'uomo, cioè, potrei solo fare un ragionamento che mima quello delle religioni politeistiche, e dire: questi sono gli dei sacrificando ai quali il mio popolo, la mia civiltà, la mia cultura, sono divenuti floridi, potenti e ricchi. Non pretendo, caro imam, che i miei dei diventino i tuoi: pretendo che tu li rispetti come io rispetto i tuoi. L'unica cosa certa è che se mai la religione occidentale e moderna dei diritti dell'uomo potrà espandersi, lo potrà attraverso una sorta di sincretismo religioso: entrando a far parte di un Pantheon nel quale, come dicevano Bobbio e Max Weber, ognuno possa adorare il proprio dio. Detto questo, d'altra parte, vorrei concludere mostrando come il culto dei diritti dell'uomo, nei rapporti fra le culture, possa convivere con la loro dissacrazione nei rapporti interni alla nostra cultura: finendo con le contraddizioni, le antinomie, i conflitti fra diritti.

10. Oggi, la maggiore attività dei giudici costituzionali, ma anche comunitari e internazionali, sembra divenuta risolvere conflitti fra diritti: diritti veri e diritti presunti, come si vedrà. Il migliore esempio che mi viene in mente è il caso Preminger, deciso dalla Corte europea dei diritti dell’Uomo di Strasburgo nel 1994: sapete, quella corte che permette di dire, a chi ha avuto torto marcio nel proprio paese, di alzare l’indice e di affermare: «Non finisce qui. Vado sino in fondo; vado sino alla Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo». Il caso era questo: l’associazione Otto Preminger, per sfidare le leggi austriache sulla censura, aveva pensato bene di proiettare alcuni dei brani più blasfemi dell’opera filmica di un certo Oskar Panizza, noto mangiapreti locale, così da farsi condannare in patria e poter poi fare una piazzata dinanzi alla Corte di Strasburgo.
L’idea non era pensata male: dalla parte dell’associazione c’era il diritto alla libertà di espressione, da quella dello Stato austriaco solo una vecchia legge clericale; per di più, la stessa Corte, nella sentenza Handyside del 1976, aveva stabilito che la libertà di espressione può comportare anche dispiacere e choc nei benpensanti, proprio com’era avvenuto proiettando l’opera filmica di Panizza. Invece, fra la sorpresa e la costernazione generale la Corte diede torto all’associazione Preminger, escludendo che il diritto alla libertà di espressione potesse estendersi sino alla proiezione di vecchi film blasfemi. Cos’era successo? Semplicemente, l’avvocato dello Stato austriaco, invece, di difendere le indifendibili leggi antiblasfeme, aveva sostenuto che i cattolici austriaci hanno un diritto alla propria religione, che prevale sul diritto di Panizza e dell’associazione Preminger alla libertà d’espressione.
La morale della favola è banale: basta riformulare una causa persa in termini di diritti, e questa, da persa, può diventare vinta; i diritti sono davvero trumps, briscole o assi pigliatutto, insomma le carte vincenti nel nostro gioco politico, come sostiene il loro migliore apologeta contemporaneo, il giurista statunitense Ronald Dworkin. Certo, prendere troppo sul serio, nei rapporti interni alla nostra cultura, la metafora dei diritti come nostri totem e tabù – come può essere opportuno fare, invece, nei rapporti con le altre culture – comporterebbe una discriminazione tormentosa fra diritti veri e falsi, fra dèi buoni e cattivi: se non ricominciare da capo con le guerre di religione. In realtà, entro la nostra tribù non abbiamo bisogno di prendere così alla lettera questa metafora; fra noi, possiamo parlare di diritti anche senza fingere di crederci come a una religione."

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Oltre alla relazione completa dell'Autore sopra riportata
mettiamo a disposizione anche una sintesi del nostro Giorgio Boratto.

Dopo la laicità, i diritti. Conferenza di Mauro Barberis
di Giorgio Boratto

Dopo la lezione di Viano sulla laicità, grazie al circolo Calogero-Capitini, ieri c’è stato l’incontro per parlare di diritti.
Questa volta a parlarne è stato il professore Mauro Barberis
Dopo l’introduzione di Marco Fallabrini e Mario Menini, si è affrontato il tema dei diritti quale fondamento che sostiene la democrazia, e come ingrediente per misurarne di quest’ultima la qualità, negli aspetti storici e filosofici.
Mauro Barberi ha esordito citando il titolo di un famoso libro di Sigmund Freud: Totem e tabù. Sì, ha detto, i diritti sono totem e tabù della nostra epoca e della nostra tribù occidentale.
I diritti sono totem in quanto idoli da seguire e tabù per il loro contro-perseguire.
Come il tabù tra genero e suocera- ricordato nel libro di Freud- la difficoltà dei diritti è quella di parlarne in modo esogamico; ovvero fuori del gruppo sociale.
Mauro Barberis parla di Diritti anche nel suo ultimo libro, Etica per giuristi, edito da Laterza 2006. In quel libro affronta il discorso giuridico ed etico di concetti come libertà, democrazia, costituzioni e, appunto, i diritti, come valori apparentemente condivisi, ma insieme contradditori.
Come muoverci? Questo è l’interrogativo che Mauro Barberis ci porta a formulare, per poi darci una possibile risposta, dopo un excursus storico.
La parola “diritti” trova un senso nella norma giuridica nella civiltà occidentale. Dal diritto romano via, via si procede con passaggi in progress che trovano nelle tre grandi rivoluzioni un loro momento topico.
Le rivoluzioni sono quella americana, quella francese e quella russa. Nella costituzione americana e poi in quella francese sono elencati, seppur idealmente, i passaggi dei diritti ritenuti fondamentali dell’umanità.
Ci sono i passaggi dei diritti individuali, civili e politici, di quelli sociali.
Sono le basi del percorso della civiltà occidentale. Cose che non si studiano a scuola. Oggi siamo arrivati alla quarta generazione dei diritti; sono quelli ambientali, della salute…tutti sono riferibili alla libertà.
Ma bisogna tenere presente che non c’è un elemento comune, che fa dei diritti un concetto universale. I diritti sono ‘interessi giustificati’; hanno ragioni di diverso carattere. Ma non c’è un carattere, una ragione che li unisca tutti? No, i diritti sono plurali ed ogni diritto è fondamento di se stesso. O diritti sono utilizzabili ad hoc.
Mauro Barberis però avanza per fare comprendere meglio il carattere dei diritti, le ragioni di chi li critica, chi li contesta. Per Burke con i diritti finiscono i cavalieri e la cavalleria ed inizia l’era dei geometri e ragionieri.
Per Bentham sono menzogne e assurdità.
I diritti divengono inflazionati ed entrano anche in conflitto tra loro. Un esempio, raccontato da Mauro Barberis, è quello del 1994 dove contro la censura, operata su opere cinematografiche di carattere religioso, il comitato Otto Preminger insorgeva in Austria rivendicando il diritto alla libertà d’espressione. Invece a Strasburgo prevalse la libertà di religione e il Comitato perse la causa che sembrava ovvia e vinta.
Nello stesso nome dei diritti si può fare tutto. I diritti possono essere una religione, fino ad evocare uno scontro di civiltà? Si può fare la guerra dei diritti come la guerra di religione?
Queste sono le domande che precedono la riposta a quella iniziale. Cosa fare? Come si può dialogare?
I diritti non sono comuni, non sono neutrali, universali e comprensibili a tutti. I diritti sono come divinità della propria tribù. Nei confronti degli altri il linguaggio dei diritti diventa religioso. ‘I miei dei sono quelli che mi hanno fatto progredire’. Questo possiamo dire agli altri. Ma sono sempre i propri dei.‘
Allora la risposta su come e cosa fare per dialogare è ricercare un sincretismo religioso. ‘Dobbiamo costruire un Pantheon dove ognuno possa seguire e pregare i propri dei’.
Questa risposta chiude la lezione e conferenza di Mauro Barberis. Il dibattito è aperto.
Le idee e la nostra mente ha qualcosa di più per elaborare una convivenza tra le diverse culture che compongono il mondo globalizzato di oggi.
Un altro bel risultato delle iniziative promosse dal circolo Calogero Capitini e dal suo presidente Luigi Fasce.




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Socio fondatore del Gruppo di Volpedo e del Network per il socialismo europeo .