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LAICITÀ

TITOLO

IL XX SETTEMBRE: EVENTO STORICO PER L ‘ITALIA LAICA ( 1870-2009 I rapporti Stato-Chiesa nell’ Italia contemporanea)

DATA PUBBLICAZIONE

17/09/2009

LUOGO

Genova


CIRCOLO GUIDO CALOGERO E ALDO CAPITINI
Cultura politica e Diritti dei Cittadini
Vico Sant’Antonio 5/3a
16126 GENOVA
e mail: luigi@fasce.it
tel. 0108312946/cell.3391904417


IL XX SETTEMBRE: EVENTO STORICO PER L ‘ITALIA LAICA
( 1870-2009 I rapporti Stato-Chiesa nell’ Italia contemporanea)



Giovedi 17 Settembre, ore 17.00
Sala Consiglio Provinciale
Largo Eros Lanfranco, 1- Genova


Convegno


 A due anni dalle celebrazioni per i 150 anni dell’ Unità d’ Italia, l’anniversario del 20 Settembre offre l’occasione di una riflessione sui rapporti Stato-Chiesa e sul significato storico e politico dei Concordati del 1929 e del 1984.

 Numerose questioni, dall’ora di religione cattolica nella scuola pubblica al testamento biologico, dalla libertà di ricerca scientifica alla nuova realtà multietnica e multiconfessionale dell’ Italia contemporanea, ci hanno spinto a organizzare questo incontro che vuole offrire alla città l’opportunità di confrontarsi con alcuni esponenti del pensiero laico italiano.

Genova, 12/9/2009

Il Presidente

Luigi Fasce


IL XX SETTEMBRE: EVENTO STORICO PER L ‘ITALIA LAICA
PROGRAMMA

Presentazione
Alberto Corradi (Consigliere provinciale)

Introduzione
Giorgio Devoto (Assessore Provinciale alla Cultura)


Relazioni:

 Breve storia del pensiero laico (Luigi Fasce e lettura lezione magistrale di Carlo Augusto Viano da parte di Giorgio Boratto)

 La Chiesa di fronte all' Unità d' Italia (Paolida Carli)


 Il pensiero liberale e il Concordato (Luigi De Marchi)


 Il Concordato (di Stefano Mossino legge memoria scritta Marta Palazzi)

 I diritti alle libertà individuali (Silvio Viale)

 L’ora di religione nel curriculum scolastico (Silvana Ronco)

Segue dibattito
I lavori si concluderanno entro le ore 20.00
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Relazioni ad oggi pervenute

Breve, anzi brevissima storia della laicità che in Italia ancora pienamente non c’è.
di Luigi Fasce

Sarò dunque brevissimo, la parte più qualificata di detta storia la sentiremo da Carlo Augusto Viano attraverso le parole di Giorgio Boratto qui presente.

Solo in rapida successione saltando da secoli a secoli, qualche nota preliminare.

Nei bei tempi antichi – prima della nascita di Cristo, in Eurasia, Egitto, Grecia e impero di Roma, nessun conflitto tra potere spirituale e potere temporale. Erano un tutt’uno. Una parte, quella preminente la faceva il re e l’altra, il sacerdote. Non si narra di conflitti tra re e sacerdoti.
A parte in Egittto quando quel pazzo di faraone di non ricordo quale dinastia voleva sostituire tutti gli antichi dei d’Egitto con quello unico, il Dio Sole. Sembra che la casta sacerdotale si sia messa per traverso. Ma il tutto resta circoscritto a quella fase.
Poi in Grecia sappiamo tanti dei e ogni città-stato aveva il suo preferito, indistintamente maschio o femmina.
Atene sappiamo era protetta dal dio del mare. La minuscola Itaca godeva della forte simpatia Atena. Dei e uomini erano in tandem.
I satrapi orientali erano anch’essi assistiti dalla casta sacerdotale ma in appoggio servizievole, sennò saltavano le teste, quelle dei sacerdoti.
Non c’era assolutamente bisogno di tirare in ballo il principio di laicità. Non serviva proprio.
In questo stesso modo andavano le cose nella Roma antica. Tanti dei vecchi e nuovi e un unico Re con sacerdoti al seguito. Per meglio comporre eventuali dissidi, il dux diventava anche deificato il chè non guasta.
Poi arriva il tempo dopo Cristo. Almeno per 300 a calare qualche persecuzione nei confronti dei cristiani, che laicamente, pretendevano di non riconoscere dei e divino imperatore quale autorità morale ma soltanto la propria coscienza cristiana.
Però i primi cristiani erano più asceti in attesa di regno divino che non civici romani seguaci del divino imperatore terreno. Era solo questione di tempo e poi tutti in cielo con Cristo. Sappiamo che così non sono andate le cose.
Con Costantino, che possiamo con qualche volo pindarico considerare il primo “ateo devoto” succede il fattaccio. Così come quel “pazzo” faraone di un tempo che fu che tolse di mezzo tutti gli antichi dei e li sostituì con il Sole l’unico Dio, così Costantino con tanto di editto dichiarò decaduti tutti gli dei romani, antichi e meno antichi, con l’unico il Dio cristiano.
Sappiamo che per la sua causa la scelta ebbe pieno successo. I soldati romani nel segno della croce si batterono e per ancora qualche secolo il sacro romano impero resistette.
Lascio agli storici il compito di narrare in quanti sacri imperi si divisero i cristiani.
A noi importa sapere che durò a lungo il primato del potere, imperiale, temporal- politico rispetto a quello spirituale. A quel tempo più che di papa si parlava di vescovo primate di Roma e di vescovo di Costantinopoli con rapporti di forza enormemente superiore quello dell’imperatore.
Il tempo passa, qui in Europa e siamo al Medio Evo, ancora con Carlo Magno il potere temporale tiene sotto di sé quello sacerdotale.
Ma poi i papi si fanno potenti e scaltri. Se l’imperatore non era ossequioso nei loro confronti, lo scomunicavano.
Noto a tutti l’episodio di Canossa in cui l’imperatore tedesco del sacro romano impero dovette fare il penitente per riavere il perdono del Papa e così riprendersi il trono.
Poi sappiamo arriva il tempo della Riforma, il conflitto tra due poteri spirituali quello Cattolico e quello protestante che non hanno avuto alcun pudore a far muovere guerra al tal re – protestante contro il tal’altro cattolicissimo re. Duecento anni sono durate le guerre di religione fratricide in Europa.
Non sappiamo se per saggezza o per stanchezza sono venuti in aiuto i filosofi che hanno escogitato la laicità ovvero hanno teorizzato la possibile divisione netta tra Stato e Chiesa, tra religione e politica.
Penso dovremmo essere tutti grati a Locke (1632-1704) per l’escogitazione del “principio supremo di laicità”, l’idea di netta divisione fra potere della Chiesa e potere statale e la conseguente instancabile opera di divulgazione delle idee democratiche e di tolleranza. Principio di laicità che ha potuto impedire di strumentalizzare la religione, tanto da parte del papa, tanto da parte di imperatore e di re, per incitare alla guerra di religione.
Purtroppo qui in Italia la lezione di laicità non ha sortito alcun effetto. Il papa-re cattolico ha continuato la conquista con le armi dei territori dell’Italia centrale allargando bellamente lo Stato Pontificio. Stato Pontificio esistente già dall’VIII secolo iniziato sotto la sovranità dell’allora vescovo di Roma. Se da lunghi secoli il papa riuniva in sé i due poteri, spirituale e temporale, in piena iforma protestante il re inglese Enrico VIII (1491-1547) andò anch’esso per le spicce e per togliersi di mezzo i laccioli papali, si fece papa della chiesa Anglicana. Dunque, re e “papa” parimenti a “papa-re. Dal nostro punto di vista scelte rozze e prepotenti ma politicamente efficaci per i tempi.
Ovviamente è molto più grave la scelta papale dopo la Riforma e la fine delle guerre di religioni in europa di continuare non solo a mantenere ma anche a allargare confini dello Stato Pontificio. Impossibile per un papa andare a prendere lezioni da un filosofo !
Per fare mollare il potere temporale ai papi c’è voluto prima Napoleone (1809-1814) ma nel 1815 con la restaurazione post napoleonica mica il papa fa il gran gesto di lasciar perdere, si riprende il potere temporale. Altro breve brek papale con la Repubblica di Roma e poi definiva fine dello Stato Pontificio con la breccia di Porta Pia il venti di settembre 1870, evento storico per l’Italia laica che qui tenacemente commemoriamo.
Non è che il Papa non sia ancora re. E’ attualmente re dello stato etico-confessionale del Vaticano. Microbico si dirà. Ma con tanto di ambasciatori e autorizzato a batter moneta.
L’unico stato che non può essere per definizione laico.
Al di là di qualsivoglia alchimismo sul termine, laicità o laicismo che dir si voglia è presupposto di libertà tanto religiosa tanto di pensiero tanto di costumi tanto di stili di vita.
Purtroppo, idea troppo recente, appena 200 anni e per nulla fatta acquisire dalla scuola pubblica agli italiani in questi quasi 150 anni di Stato Italiano e peggio ancora in questo preciso periodo storico il principio viene completamente distorto e dunque reso impotente dalla politica vaticana.
E’ per questo che dobbiamo avviare una lunga fase di resistenza laica e portare avanti la battaglia laica in difesa del “supremo principio di laicità” indispensabile per evitare di ritornare alla “guerra sacra” con l’alibi di qualsivoglia religione (il pensiero teocon del piccolo Bush insegna) ma dobbiamo anche (non quello di veltroniana memoria) porci tenacemente contro ogni fondamentalismo razzista e omofobia tipicamente leghista e dei fascistoidi nostalgici le cui rigide menti ristrette sono ancora ferme al medioevo e non hanno ancora acquisito il pensiero laico.
Dunque non laici sono Vaticano e Cei, non laici sono leghisti e neofascisti.
Purtroppo la storia della conflittualità tra potere spirituale e potere temporale continua a tutt’oggi e si fa sentire maggiormente in ambito politico e sociale qui da noi in Italia complice l’art. 7 della Costituzione Italiana, vulnus giuridico che rende incompiuta la laicità dello stato italiano.

Al momento, ma con scarsa efficacia, abbiamo solo la Magistratura che conferma la laicità dello Stato Italiano. Ma ogni sentenza a favore della licità dello Stato italiano viene regolarmente disconfermata da leggi ordinarie, da decreti governativi e financo da programmi scolastici e circolari ministeriali. Un disastro non solo giuridico ma soprattutto socio-culturale.

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L’attualità dei rapporti fra la Repubblica Italiana,
lo Stato della Città del Vaticano e la Chiesa Cattolica:
superamento del concordato o denuncia del Trattato?
Stefano F. Mossino

Premessa.
Diciamolo francamente: la storia si ripete. Sono cambiati gli attori e i politici, i nomi dei partiti e i capi dei governi, ma la sostanza è identica. Non cambia l’ingerenza della chiesa cattolica negli affari politici dello stato italiano; non cambia la pretesa dei vescovi di determinare le decisioni legislative italiane.
Il presidente Silvio Berlusconi ha affermato: Nessuno ha fatto tanto per la chiesa e invece mi attaccano.
Il Presidente sbaglia. C’è stato almeno un capo del Governo che, prima di lui, ha fatto molto di più per le autorità ecclesiastiche: Benito Mussolini.
Il Duce, con la firma dei patti del 1929, restituì al Pontefice e alle autorità ecclesiastiche il potere temporale e patrimoniale che il Risorgimento aveva eliminato.
Non v’è dubbio, però, che durante gli anni del regime di Benito Mussolini e dell’occupazione nazifascista, quel potere venne esercitato con estrema discrezione.
Morto l’uomo della provvidenza, la chiesa ha ripreso il comando a pieno regime e lo ha esercitato con ferma determinazione.
Negli ultimi anni, l’ingerenza si è decisamente elevata. Oggi più che mai, in assenza di un partito di chiara e diretta matrice cattolica che – nel bene o nel male – svolgeva una funzione di filtro fra le deliberazioni di oltretevere e le decisione politiche, le ingerenze dei Vescovi, nella dinamica politica e sociale italiana, si sono fatte sempre più presenti, quotidiane, pressanti, insistenti.
Non v’è tema o dibattito politico, sul quale non vi sia una precisa indicazione prescrittiva della CEI .
Per comprendere compitamente tale ingerenza, è necessario chiarire l’impianto normativo nel quale i soggetti giuridici coinvolti (Stato, Pontefice, Vescovi) operano.
I rapporti fra la Repubblica Italiana, lo Stato della Città del Vaticano e la Chiesa Cattolica sono disciplinati dagli accordi del 1929 (cd. Patti Lateranensi), dagli accordi del 1984 (revisione del solo Concordato) e dall’art. 7 della Costituzione.
Tali norme, però, devono essere interpretate alla luce di altre fondamentali statuizioni costituzionali e in particolare: l’art. 3 (principio di uguaglianza), l’art. 8 (eguaglianza fra le confessioni religiose), l’art. 19 (libertà di culto), l’art. 20 (divieto di discriminazioni delle associazioni a carattere ecclesiastico o fine di culto).
Stato della Città del Vaticano
Lo Stato della Città del vaticano è uno stato indipendente e sovrano, avente la forma di monarchia assoluta (secondo quanto disposto dall’ art. 1 della Legge fondamentale: Il Sommo Pontefice, Sovrano dello Stato della Città del Vaticano, ha la pienezza dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario), teocratica (il governo è esercitato esclusivamente dall’ apparato ecclesiastico) e patrimoniale (non esiste la proprietà privata all'interno della Città del Vaticano e tutti gli immobili sono di proprietà della Santa Sede).
Stato della Città del Vaticano e Santa Sede sono due soggetti di diritto internazionale pubblico, uniti indissolubilmente nella persona del Sommo Pontefice.
La Santa Sede è il Governo dello Stato della Città del Vaticano, il quale, pertanto, non ha una vita politica propria e rimane soggetto alla pienezza assoluta del Pontefice.
I patti del 1929.
Dopo che la Crisi Romana del 1870 (con l’annessione di Roma al Regno d’Italia) aveva interrotto i rapporti fra lo Stato e la Chiesa Cattolica, gli stessi vennero formalmente riabiliti (cd. Conciliazione) con i Patti Lateranensi del 1929.
Gli accordi sottoscritti l’11 febbraio 1929 nel palazzo di San Giovanni in Laterano, fra il cardinale Segretario di Stato Pietro Gasparri – per conto della santa sede – e Benito Mussolini, stabilirono il mutuo e reciproco riconoscimento tra il Regno d’Italia e lo Stato della Città del vaticano.
L’accordo si componeva di due distinti documenti: il Trattato e il Concordato.
Con il primo atto (Trattato) si riconosceva la sovranità e l’indipendenza della santa Sede, fondando e dando valenza di soggetto giuridico internazionale statale allo Stato della Città del Vaticano.
Il trattato era poi composto di quattro allegati, fra i quali il più rilevante era la Convenzione Finanziaria, che regolava le questioni sorte dopo le spoliazioni degli enti ecclesiastici a causa delle leggi cd. Eversive, oltre all’esenzione dalle tasse e dai dazi sulle merci importate, oltre al risarcimento di 750 milioni di lire e di ulteriori titoli di Stato consolidati al 5 per cento al portatore, per un valore nominale di un miliardo di lire per i danni finanziari subiti dallo Stato pontificio in seguito alla fine del potere temporale.
Il secondo documento (Concordato) definiva le relazioni civili e religiose, in Italia, tra la Chiesa ed il Governo.
Con tale documento:
1) il Papa, quale capo della Chiesa, acconsentì che i candidati vescovi e arcivescovi fossero sottoposti al governo italiano e giurassero fedeltà allo stato italiano prima di essere nominati, con l’unica eccezione del vescovo di Roma, (cardinale vicario);
2) al clero fu proibito di prendere parte alla vita politica, e fu esentato dal servizio prestare militare;
3) il governo italiano acconsentì di rendere le leggi sul matrimonio e divorzio conformi a quelle della Chiesa cattolica Romana;
4) la religione cattolica fu riconosciuta come religione di Stato, entrando a far parte del sistema scolastico pubblico.
Il dibattito per la ratifica dei Patti iniziò in Senato il 23 aprile del 1929 e si concluse il 25 maggio, con sei soli voti contrari, fra i quali quello Benedetto Croce. La Camera dei deputati votò l'approvazione dei Patti, con due soli dissenzienti.

La costituzionalizzazione del principio concordatario.
Come abbiamo visto, i Patti Lateranensi del 1929 hanno la forma giuridica di un trattato internazionale.
La Costituzione repubblicana, all’articolo 7, richiama tale trattato, con ciò volendo affermare il principio concordatario, ossia l’esigenza che i rapporti con la religione cattolica siano regolati sulla base di un concordato - con il conseguente rafforzamento del procedimento di formazione delle leggi di esecuzione – e non unilaterale dallo Stato.
Benedetto Croce definì l’inserimento nella Costituzione dei Patti Lateranensi “Un errore logico ed uno scandalo giuridico”.
Non v’è dubbio che la costituzionalizzazione del principio concordatario è certamente la principale (anche se non l’unica) causa ostativa per una esplicita affermazione del principio di laicità dello Stato, ontologicamente proprio di ogni democrazia liberale. Con tale impianto normativo, infatti, la Chiesa Cattolica ha goduto di una particolare situazione di privilegio garantita dall’affermazione, contenuta all’art. 1 del Trattato del 1929, secondo la quale “la religione cattolica, apostolica e romana è la sola religione dello Stato”.
Alcuni illustri costituzionalisti hanno definito la Repubblica Italiana come uno “Stato democratico sostanzialmente e formalmente cattolico”, in quanto l’ordinamento si dichiarava apertamente confessionale, attraverso una fonte interna - legge ordinaria 27 maggio 1929 n. 810– alla quale l’art 7 della costituzione ha attribuito una forza peculiare passiva – resistenza della norma a modificazioni legislative - tale da considerarla “assimilabile alle leggi costituzionali” (sent. n. 16/1978).
Per meglio comprendere tale garantismo riservato all’ordinamento canonico, è sufficiente ricordare che il Codice Rocco (1930) statuiva – nell’ambito dei delitti contro il sentimento religioso - una energica tutela della religione cattolica (artt. dal 402 al 406 c.p.); le altre fedi religiose era tutelate dal generico disposto dell’art. 406 c.p., secondo il quale chiunque avesse commesso uno dei fatti preveduti dagli artt. 403, 404 e 405 c.p. “contro un culto ammesso nello Stato” era punito ai termini dei predetti articoli, ma con una diminuzione di pena. Nonostante la palese l’incompatibilità di tali disposizioni codicistiche, la giurisprudenza della Corte di Cassazione e della Corte Costituzionale, per anni, ha mantenuto inalterate le citate norme, ritenendo la religione cattolica il solo ed unico credo dello Stato e limitando la tutela delle altre fedi alla mera non discriminazione formale (art. 3, 1°comma, Cost.).
Una serie di dispute dottrinali, giuridiche e politiche, hanno impedito che, per molti anni, il Concordato fosse adeguato agli altri fondamentali principi della Costituzione (principio di uguaglianza, eguaglianza fra le confessioni religiose, libertà di culto).
Occorre, infatti, ricordare che il combinato disposto degli art. 3, 8, 19 e 20 della Costituzione determina il cd. Carattere non confessionale dello Stato Italiano.
Le citate disposizioni riconoscono la più ampia libertà di religione e l’eguale libertà di tutte le confessioni religiose, escludono che la professione di una certa religione possa costituire criterio discriminate fra i cittadini e che le associazioni o istituzioni che abbiano carattere ecclesiastico o perseguano un fine di religione o di culto possano essere oggetto di un trattamento differenziato.
Da ciò deriva che lo Stato Italiano, secondo l’impianto costituzionale, è – rectius dovrebbe essere - uno Stato sostanzialmente laico, che non si disinteressa del problema religioso, ma che interviene per riconoscere e garantire l’eguale libertà di tutte le religioni davanti alla legge, la più ampia libertà di culto e di coscienza e l’assenza di discriminazione fra i suoi cittadini in base al culto professato.

La revisione del 1984.
Con gli accordi di Villa Madama del 18 febbraio del 1984, sottoscritti da Bettino Craxi e dal cardinale Casaroli, in rappresentanza della Santa Sede, venne modificato il solo concordato, lasciando immutato il trattato con i quattro allegati.
I punti essenziali del nuovo concordato sono i seguenti:
1) si abolì il riferimento alla «sola religione dello Stato»
2) venne sostituita la congrua, riconoscendo al clero italiano un finanziamento da parte dello Stato in proporzione al gettito totale IRPEF (8 per mille),
3) non venne più richiesta per la nomina dei vescovi l'approvazione del governo italiano;
4) per quanto riguarda la celebrazione del matrimonio, si stabilirono le clausole da rispettare perché un matrimonio celebrato secondo il rito cattolico possa essere trascritto dall'ufficiale di stato civile e produrre gli effetti riconosciuti dall'ordinamento giuridico italiano;
5) furono poste limitazioni al riconoscimento in Italia delle sentenze di nullità matrimoniale pronunciate dai tribunali ecclesiastici (prima era automatico);
6) l'ora di religione cattolica nelle scuole diventava da obbligatoria a facoltativa.
Ma la principale norma da ricordare è statuito all’art. 1 degli accordi di Villa Madama : “La Repubblica italiana e la Santa Sede riaffermano che lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani, impegnandosi al pieno rispetto di tale principio nei loro rapporti ed alla reciproca collaborazione per la promozione dell'uomo e il bene del Paese”.
In sostanza, ad una prima lettura, sembrerebbe che gli Accordi di Villa Madama del 18 febbraio 1984, ratificati e resi esecutivi in Italia con la l. ordinaria 25 marzo 1985 n. 121, abbiano aperto la strada ad un nuovo modus essendi dello Stato nei confronti della Chiesa Cattolica e degli altri culti religiosi, segnando l’inizio di una declinazione del dettato costituzionale nella prospettiva laica dello Stato di Diritto.
Non v’è dubbio che il primato della Chiesa Cattolica sugli altri culti, statuito dal Concordato Lateranense, è venuto meno. A seguito di tale modifica formale, la Corte Costituzionale ha attuato una lenta riequilibrazione “giurisprudenziale” tra “fedi”.
Dopo la riforma del Concordato, in sostanza, la giurisprudenza costituzionale è, ormai, orientata a riconoscere nell’art. 8 primo comma della Costituzione anche il principio di eguaglianza di trattamento, estendendo, ad esempio, la tutela penale che il codice Rocco riserva “religione d Stato” ormai soppressa, ad un più generale “sentimento religioso”.
Bisogna, però, focalizzare l’attenzione su un punto.
Il privilegio accordato alla Chiesa è stato sostituito dal principio della leale collaborazione tra i due ordinamenti, definito nell’impegno di rendere operante il primato della persona, che la Chiesa attinge al diritto divino naturale e che l’ordinamento statale traduce in principio supremo del proprio sistema.
Viene, pertanto, statuita, una prospettazione programmatica – comune - indirizzata alla promozione dell’uomo ed al bene del paese.
Tale programmazione ha una peculiare resistenza a modificazioni legislative future, in quanto, secondo il disposto dell’art. 7 della Costituzione, può essere considerata assimilabile alle leggi costituzionali.
Sulla base di tale impianto normativo, molteplici decisioni costituzionali ed amministrative hanno statuito che la laicità italiana non può essere simile a quella francese o brittanica, che comporterebbe – a detta dei giudici amministrativi - un’inopportuna omologazione di culture. Tale impostazione ha portato - ad esempio - a ritenere che il simbolo religioso rappresentato dal crocifisso esposto in luogo pubblico, esaurisce la sua portata fideistica per tradursi in espressione di “valori civilmente rilevanti”.
Non solo. Illustri costituzionalisti hanno affermato che il principio di laicità, in Italia, non può tradursi in una neutralità, volta ad impedire l’affermazione di istanze religioso-ideologiche, ma, viceversa, si sostanzia in un’attitudine culturale, un rapporto con valori storici che devono essere propri, in egual misura, di credenti e non credenti.
Secondo tale impostazione, il fatto che buona parte della legislazione italiana sia fondata su principi di indubbia matrice cristiana, non determinerebbe la preminenza della Chiesa cattolica, ma la semplice proposizione di un modello di convivenza, inteso quale principio ispiratore ed antefatto logico giuridico della stessa Costituzione formale.
In sostanza, l’art. 1 del Concordato del 1948 – attraverso la particolare forza assunta per il tramite dell’art. 7 della Costituzione – consente alla Chiesa cattolica - e impone allo Stato Italiano – il principio di collaborazione per la promozione dell'uomo e il bene del Paese.
Come tale statuizione possa conciliarsi con gli altri principi costituzionali (art. 3 - principio di uguaglianza, art. 8 - eguaglianza fra le confessioni religiose, art. 19 - libertà di culto, art. 20 - divieto di discriminazioni delle associazioni a carattere ecclesiastico o fine di culto) non è, a mio avviso, nonostante le eloquenti argomentazioni di illustri costituzionalisti, concepibile.
Senza voler riaffermare tesi neutralisitche - e condividendo, pertanto, il principio secondo il quale la legislazione deve occuparsi del problema religioso per tutelare i diritti di ciascuno - delle due l’una: o lo Stato si vuole definire laico, e pertanto – pur occupandosi del problema - pone tutte le fedi (e le relative articolazioni) sullo stesso piano, o lo stato non è laico ed attribuisce ad una religione (e ai suoi Poteri) un ruolo di preminenza, anche sotto forma di collaborazione.
Se si segue la prima opzione, unica accettabile in uno Stato che voglia definirsi sostanzialmente - e non solo formalmente – laico, la conseguenza non può che essere l’eliminazione dall’Ordinamento Giuridico italiano dell’ultima parte dell’art. 1 degli accordi del 1984 (ed alla reciproca collaborazione per la promozione dell'uomo e il bene del Paese).
I privilegi della Chiesa cattolica (solo alcuni esempi).
A) Trattato e Concordato garantiscono privilegi particolari alla religione cattolica romana e alla sua organizzazione (Chiesa Cattolica), in contrasto con le più elementari norme di democrazia ed eguaglianza tra i cittadini, sancite dalla Costituzione Italiana.
B) Lo uno status particolare per Roma (art. 2 comma 4 del Nuovo Concordato: La Repubblica italiana riconosce il particolare significato che Roma, sede vescovile del Sommo Pontefice, ha per la cattolicità) contrasta chiaramente con la Costituzione (la recente decisione del Questore di Roma, Giuseppe Caruso, di vietare la marcia anticlericale convocata per sabato 19 settembre, che si sarebbe dovuta svolgere da Porta Pia a piazza Pio XII, davanti al Vaticano, non è che l’ultimo esempio).
C) Appellandosi all’articolo 11 del trattato tra l’Italia e la Santa Sede «gli enti centrali della Chiesa cattolica sono esenti da ogni ingerenza da parte dello Stato italiano» gli avvocati di Radio Vaticana hanno sostenuto l’impossibilità per la magistratura italiana di perseguire tali dirigenti, accusati di emissioni elettromagnetiche lesive della salute di cittadini italiani.
D) Le modalità di finanziamento diretto (8 per mille) o indiretto (esenzioni fiscali), contrastano con l’impianto costituzionale, generando benefici commerciali non giustificabili secondo i presupposti stessi della convenzione finanziaria sottoscritta nel 1929.
L’ ingerenza.
Secondo l'art. 7 della Costituzione i rapporti fra Stato e Chiesa “sono regolati dai Patti Lateranensi”, che rimangono pienamente in vigore.
Ciò a portato alcuni autorevoli costituzionalisti, a ritenere che l'Italia continua ad essere, proprio in forza della sua Costituzione, uno Stato cattolico.
Su questi presupposti, si potrebbe ritenere legittimo (secondo diritto) che la Chiesa talloni lo Stato italiano al rispetto degli accordi del 1929.
Pertanto, fino a quando non si modificherà la Costituzione - e in particolare l'art. 7, comma 2 - la Chiesa potrebbe avere tutto il diritto – in senso tecnico/ giuridico - di esigere che lo Stato italiano abbia un carattere non laico ma confessionale.
Tale impostazione, a nostro avviso, non è corretta in quanto contraria ai principi costituzionali statuti dagli artt. 3 (principio di uguaglianza), 8 (eguaglianza fra le confessioni religiose), 19 (libertà di culto), 20 (divieto di discriminazioni delle associazioni a carattere ecclesiastico o fine di culto).
Le ingerenze delle autorità ecclesiastiche, ad oggi, non si contano: non vi è questione politica, che non veda una presa di posizione – prescrittiva - dei vescovi verso il sistema politico, economico e sociale italiano.
Intendiamoci: non si chiede il silenzio dei preti, ma ci si aspetterebbe che – in uno stato laico – coloro che si occupano di anime e di vita ultraterrena, indirizzino il loro magistero per orientare le scelte private di ciascuno e non per determinare scelte legislative valide per la collettività.
Nelle ultime settimane di agosto, l’ingerenza vescovile ha portato ad una contrapposizione tra soggetti che – abitualmente – sono alleati nell’impianto clericale dello stato: la Lega e il Vaticano. Le critiche mosse dalla Chiesa al pacchetto sicurezza e all’accordo Italia-Libia - iniziato con l’affermazione di Monsignor Marchetto: “la legge porterà dolore ai migranti”, proseguito in un editoriale dell’Avvenire, che ha paragonato le stragi dei migranti all’Olocausto degli ebrei, cui ha replicato Umberto Bossi, il quale ha dichiarato "Che le porte le apra il Vaticano che ha il reato di immigrazione, che dia lui il buon esempio" – ha portato la Padania a pubblicare, in prima pagina un articolo dal titolo: "Strane ingerenze ideologiche in uno stato laico". Nell’articolo, Stefano Galli sostiene che l’attacco di Monsignor Vegliò al ministro Calderoli è “l'ultimo episodio di una lunga serie di ingerenze ideologiche e squisitamente politiche da parte di uomini delle gerarchie ecclesiastiche nelle faccende di uno Stato che, fino a prova contraria, è laico", arrivando ad affermare che “se i rapporti fra lo Stato e la Chiesa andranno avanti lungo questa deriva, […] bisognerà inserire nell'agenda delle riforme anche una revisione di Concordato e Patti lateranensi”.
Non vi è dubbio che tale querelle è tutta interna allo scontro politico italiano e che le affermazioni dei vescovi, nel caso specifico, sono sostanzialmente diverse da altre e ben più pregnanti ingerenze (deriva laicista, unioni civili, testamento biologico, fecondazione assistita, solo per ricordare le ultime).
Ma anche tale diatriba dimostra, in ogni caso, che l’impianto concordatario non è adeguato ad una prospettiva sostanzialmente laica dello Stato.
Non solo.
Occorre comprendere che fino a quando le rivendicazioni sulla laicità rimarranno all’interno del perimetro politico e mediatico italiano e nazionale, le istanze laiche, volte ad attuare il dettato costituzionale, saranno sempre declassate a biechi tentativi di imbavagliare la Chiesa: ogni volta che si formula una legittima istanza di rivendicazione giuridica, chiedendo che la Chiesa non oltrepassi i confini spirituali, il diritto è svilito a lamentela e si perde nella palude della bagarre partitica italiana.
Per questo, è necessario che lo scontro sulla laicità esca dal perimetro nazionale e si elevi a conflitto – ovviamente non militare - fra Stati.
L’affermazione piena della laicità dello Stato si può ottenere, pertanto, solo nel momento in cui la Repubblica Italiana metterà in discussione gli atti giuridici formali che fondano il potere temporale della Chiesa Cattolica.
Possibilità di modifica.
Con l’entrata in vigore della costituzione, fu costituzionalizzato il principio concordatario fondante i Patti, nel rapporto fra Stato e Chiesa.
In sostanza, il trattato e il concordato, pur non entrando a far parte della costituzione, subirono una tutela costituzionale, che li rese distinti da qualsiasi altro trattato internazionale.
Secondo l’art. 7 della costituzione, infatti “Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale.”
Secondo la maggior parte dei costituzionalisti, la conseguenza diretta è che lo Stato non può denunciare unilateralmente i patti, come nel caso di qualsiasi altro trattato, senza aver prima modificato la Costituzione.
Se non viene mutato l’art. 7, qualsiasi modifica dei Patti deve inoltre avvenire di mutuo accordo tra lo Stato e la Santa Sede.
Sul punto, è intervenuta la Corte Costituzionale con la sentenza 24 febbraio-1 marzo 1971, che pose i Patti lateranensi tra le fonti atipiche dell'ordinamento italiano: in sostanza accordo e concordato pur non avendo natura di norme costituzionali, hanno un grado di resistenza maggiore rispetto alle fonti ordinarie.
La conseguenza, sempre secondo la maggior parte dei costituzionalisti, è la seguente: le disposizioni dei Patti possono essere modificate col procedimento ordinario solo se sussiste il mutuo consenso fra i due Stati (Italia e Città del Vaticano); in alternativa, lo stato Italiano può modificare unilateralmente i patti (denuncia) solo con il procedimento aggravato proprio delle leggi costituzionali.
Potrebbe, tuttavia, essere sostenuta la seguente tesi.
L’art. 7 vuole disciplinare i rapporti fra Stato e Chiesa ed attribuisce solo a quella parte dei patti che riguardano tali rapporti, una particolare efficacia giuridica (modifica consensuale fra le parti o revisione costituzionale).
Ne consegue che potrebbe, pertanto, essere possibile la denuncia unilaterale del solo trattato, posto che tale atto è stato perfezionato tra due stati (Italia e Città del Vaticano), e non attiene i rapporti fra stato e chiesa cattolica (cosa diversa e distinta dallo stato Città del Vaticano).
Inadempimento.
Secondo l’art. 1 dell’accordo del 1984, “La Repubblica italiana e la Santa Sede riaffermano che lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani, impegnandosi al pieno rispetto di tale principio nei loro rapporti ed alla reciproca collaborazione per la promozione dell'uomo e il bene del Paese”.
Tale norma, generica, necessita di una accurata analisi.
In sintesi, i punti salienti sono i seguenti:
1) I soggetti sottoscrittori sono due stati (Repubblica italiana e Santa Sede) che intervengono nel trattato come soggetti di diritto internazionale. Agli stessi devono, pertanto, applicarsi le norme di diritto internazionale.
2) I due soggetti internazionali stabiliscono norme che devono avere efficacia per lo Stato e per la Chiesa Cattolica: con tale affermazione si riconosce la soggettività giuridica – nell’ambito del diritto internazionale – della Chiesa Cattolica che – è opportuno ricordarlo – non corrisponde giuridicamente allo Stato Città del Vaticano.
3) Lo Stato e la Chiesa Cattolica vengono riconosciuti dalla Repubblica italiana e dalla Santa Sede ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani: tali caratteristiche di indipendenza e sovranità non vengono riconosciute allo Stato Città del Vaticano, in quanto già implicite nel trattato del 1929.
4) La Repubblica italiana e la Santa Sede si impegnano alla reciproca collaborazione per la promozione dell'uomo e il bene del Paese: tale impegno viene assunto non dalla (e non verso) la Chiesa Cattolica ma dalla (e verso) lo Stato Città del Vaticano.
La Repubblica italiana e la Santa Sede, quali soggetti di diritto internazionale, riconoscono – assumendosi il relativo e conseguente obbligo all’adempimento - indipendenza e sovranità dello stato nelle questioni di ordine statuale e della Chiesa cattolica nella cura delle anime; contestualmente si obbligano – fra loro Repubblica italiana e Santa Sede e solo fra loro - a collaborare per la promozione dell'uomo e il bene del Paese.
La conseguenza rilevante potrebbe essere la seguente:
I. gli interventi del soggetto giuridico Chiesa Cattolica nelle questioni interne italiane possono integrare una violazione del Concordato;
II. tale violazione potrebbe essere riconducibile al soggetto giuridico internazionale Città del Vaticano;
III. in conseguenza di tale violazione, in virtù dei principi di diritto internazionale, si potrebbe procedere alla contestazione del trattato per inadempimento.
La denuncia per inadempimento esula da quanto statuito dall’art. 7 della costituzione, in quanto tale norma testualmente afferma “sono regolati” ; ciò significa che se si intende affermare il mancato rispetto ascrivibile ad una delle parti contraenti, non si è obbligati a seguire la procedura di revisione costituzionale.
Conclusioni.
1) Secondo l’attuale impianto costituzionale, la denuncia unilaterale del concordato non è possibile: occorre prima eliminare e/o modificare, con la procedura di revisione costituzionale, l’art. 7 della Costituzione.
2) Sempre secondo l’attuale impianto costituzionale, potrebbe essere possibile la denuncia unilaterale del trattato del 1929, in quanto l’art. 7 della Costituzione attribuisce particolare tutela ai rapporti fra Stato e Chiesa cattolica e non ai rapporti fra Repubblica italiana e Santa Sede.
3) Alcune parti del trattato e/o del concordato del 1984 potrebbero essere rimosse con interventi della Corte Costituzione.
4) Si può procedere alla denuncia unilaterale del trattato per inadempimento di una delle parti, senza necessità di attivare la procedura di revisione costituzionale.
La denuncia del trattato sarebbe il primo atto di diritto internazionale, volto a contrastare il potere temporale della Chiesa dalla presa di Roma ad oggi. Ciò determinerebbe la piena affermazione della laicità dello Stato, nonché un giovamento per la religione Cattolica e per coloro che ne professano il magistero, in quanto sarebbero liberati da tutto ciò (IOR..) che non attiene la cura delle anime.









Socio fondatore del Gruppo di Volpedo e del Network per il socialismo europeo .