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GLOBALIZZAZIONE SOLIDALE

TITOLO

Il dono del cibo Vandana Shiva Nuovi Mondi Media - 23 dicembre 2004

DATA PUBBLICAZIONE

16/02/2005

LUOGO

Nuovi Mondi Media


Il commercio oggi non riguarda più lo scambio di cose di cui abbiamo
bisogno e che non possiamo produrre da soli ma ci obbliga ad adeguarci a
un mondo in cui profitto e avidità sono i principi regolatori: quanto
maggiore è il profitto, tanto più aumentano fame, malattie, distruzione
della natura, del suolo, dell'acqua, della biodiversità. La prima cosa da
ammettere riguardo al cibo è che esso costituisce la base della vita. Il
cibo è vivo: non consiste solo in carboidrati, proteine e sostanze
nutritive, ma è un essere, un essere sacro. E non solo il cibo è sacro,
non solo è vivente, ma è il Creatore stesso, quindi è per questo che
persino nella più povera delle capanne indiane si può assistere
all'adorazione della piccola stufa di terracotta; il primo pezzo di pane
viene dato alla mucca, poi occorre vedere chi altro ha fame lì intorno.
Per usare le parole dei testi sacri dell'India:"Chi dona cibo dona la
vita", e in realtà dona anche tutto il resto. Quindi, colui che desidera
la prosperità in questo mondo e nell'altro dovrebbe sforzarsi in maniera
particolare di donare il cibo. Dato che il cibo costituisce la base della
creazione, esso è la creazione e anche il Creatore. Ci sono doveri e
doveri che dovremmo compiere riguardo al cibo: se le persone hanno di che
mangiare, è proprio perché la società non ha dimenticato questi doveri; se
le persone hanno fame, allora la società ha respinto i doveri etici legati
all'alimentazione. L'intrinseca possibilità della nostra sopravvivenza è
basata sull'esistenza di ogni genere di esseri che ci hanno preceduto - i
nostri genitori, la terra, il verme - ed ecco perché nel pensiero indiano
l'atto di donare cibo è stato considerato come sacrificio di ogni giorno
che dobbiamo compiere. È un rituale incarnato in ogni pasto, che riflette
la consapevolezza della donazione come condizione essenziale del nostro
essere: donare non è un extra, noi doniamo per la nostra interdipendenza
con la totalità della vita. Una delle mie immagini preferite dell'India è
il kolam, un motivo decorativo che le donne realizzano di fronte alla
propria casa. Nei giorni di Pongal, che è la festa del raccolto del riso
nell'India meridionale, ho visto donne alzarsi prima dell'alba per creare
una meravigliosa opera d'arte, sempre fatta con il riso, fuori dalle loro
case. In realtà, questo lavoro viene realizzato allo scopo di nutrire le
formiche, ma è anche una bellissima espressione artistica che si è
tramandata da madre a figlia e, nel periodo della festa, ognuno cerca di
fare il migliore kolam a titolo di offerta. In questo modo, cibo per le
formiche e opera d'arte diventano una cosa sola. La patria della varietà
di riso Indica è una zona tribale chiamata Chattisgarth, in India. Devo
esserci andata per la prima volta circa quindici anni fa. Le persone del
posto intessono bellissimi motivi fatti con il riso, che poi appendono
fuori dalle proprie case. Pensavo che dovesse essere legato a una
ricorrenza particolare, e chiesi quindi: "Per quale festa è?". Dissero:
"No, no, è per la stagione in cui gli uccelli non possono prendersi i
chicchi di riso nei campi". Stavano preparando il riso per altre specie
viventi, in forma di bellissime offerte nate dal lavoro artistico. Dato
che siamo debitori per le nostre condizioni di vita a tutti gli altri
esseri viventi e alle altre creature, l'atto del donare - alle specie
umane e non umane - ha ispirato l'annadana, il dono del cibo. Tutti gli
altri accordi etici nella società vengono onorati se ognuno si impegna
quotidianamente nell'annadana. Secondo un antico detto indiano: "Non c'è
regalo più grande dell'annadana, l'atto di donare il cibo". O ancora,
nelle parole dei testi sacri: "Non congedare nessuno che arriva alla tua
porta senza offrire a lui o a lei cibo e ospitalità. Questa è la
disciplina inviolabile del genere umano, perciò conserva grande abbondanza
di cibo, adoperati in ogni modo allo scopo di assicurare tale ricchezza e
annuncia al mondo che questa abbondanza di cibo è pronta per essere
condivisa da tutti". In questo modo, dalla cultura del dono si ottengono
le condizioni per l'abbondanza e la condivisione di ognuno. Se guardiamo
attentamente a ciò che sta accadendo nel mondo, sembra che noi abbiamo
sempre più cibo in eccesso, mentre 820 milioni di persone ancora muoiono
di fame ogni giorno. Da ecologista, vedo questi surplus come
pseudo-surplus, che sono tali perché le abbondantissime scorte e gli
scaffali stracolmi dei supermercati sono il risultato di sistemi di
produzione e distribuzione che sottraggono cibo ai deboli e agli
emarginati, oltre che alle specie non umane. L'altro giorno sono passata
per il reparto alimentare di Marks & Spencer e sono rimasta stordita nel
vedere tutto il cibo che c'è lì, perché sapevo che, per esempio, un campo
di riso di un contadino avrebbe dovuto essere convertito in una
piantagione di banane per ricavare succulenti frutti per i mercati
mondiali. Ogni volta che vedo un supermercato, vedo come la capacità di
ogni comunità ed ecosistema di venire incontro ai suoi bisogni di cibo sia
continuamente minata, poiché poche persone al mondo possono fare
esperienza di "surplus" alimentari. Si tratta tuttavia di pseudo-surplus,
che porta ad avere 820 milioni di persone malnutrite, mentre molte altre
mangiano troppo e diventano malate oppure obese. Vediamo come viene
prodotto il cibo. Per avere riserve di cibo sostenibili è necessario che i
nostri terreni funzionino come sistemi viventi: abbiamo bisogno di tutti
quei milioni di organismi del suolo che lo rendono fertile, e che la
fertilità ci dia alimenti salutari. Nelle culture industriali
dimentichiamo che è il verme a creare la fertilità del terreno; crediamo
invece che questa possa venire dai nitrati (il surplus delle fabbriche di
esplosivi), che il controllo degli insetti nocivi non derivi
dall'equilibrio di diverse colture che ospitano diverse specie, ma dai
veleni. Quando si ha invece il giusto equilibrio, gli organismi non
diventano mai nocivi: coesistono tutti, e nessuno di loro distrugge il
raccolto. Il rapporto della FAO, recentemente pubblicato, mostra come
abbiamo aumentato la produttività alimentare nell'ultimo secolo. Tuttavia,
ciò che in realtà gli esperti hanno calcolato è il dislocamento della
forza lavoro, guardando solo alla produttività lavorativa - elementi come
quanto cibo può produrre un essere umano usando tecnologie che causano
dislocamento del lavoro, dislocamento delle specie e distruzione delle
risorse. Non significa che avremo più cibo prodotto per acro; non
significa che avremo più cibo per unità d'acqua consumata; non significa
che avremo più cibo per tutte le altre specie che hanno bisogno di cibo.
Tutti questi bisogni diversificati vengono distrutti via via che definiamo
la produttività sulla base della produzione alimentare per unità
lavorativa. Noi lavoriamo sulle tecnologie, basate sull'ingegneria
genetica, che accelerano questa violenza verso altri esseri. Durante un
mio recente viaggio nel Punjab, sono rimasta incredibilmente colpita dal
fatto che là non hanno più impollinatori. Quelle persone, tecnologicamente
ossessionate, stanno manipolando le colture per inserire geni della
tossina Bt (il batterio del terreno Bacillus thuringiensis) nelle piante,
in modo che queste rilascino tossine in ogni momento e in ogni cellula:
nelle foglie, nelle radici, nel polline. Queste tossine vengono mangiate
da coccinelle e farfalle, che quindi muoiono. Noi non vediamo il tessuto
della vita che stiamo distruggendo; possiamo solo vederne le
interconnessioni, se abbiamo la sensibilità per coglierle. E quando ne
siamo consapevoli, ci rendiamo immediatamente conto di ciò che dobbiamo
agli altri esseri: agli impollinatori, ai coltivatori che hanno prodotto
gli alimenti e alle persone che ci hanno nutrito quando non potevamo farlo
da soli. L'atto di donare il cibo è legato all'idea che ognuno di noi
nasca debitore nei confronti degli altri esseri umani, e proprio la
condizione intrinseca della nostra nascita dipende da questo debito. Così
arriviamo nel mondo con un debito e per il resto delle nostre vite non
facciamo che ripagarlo: nei confronti delle api e delle farfalle che
impollinano le nostre piante, dei vermi, dei funghi, dei microbi, dei
batteri del terreno che lavorano costantemente per creare la fertilità che
i nostri fertilizzanti chimici non potranno mai, mai recuperare. Nasciamo
e viviamo in debito con tutta la Creazione, e diventa nostro dovere
ammettere tutto questo. Il dono del cibo è semplicemente un riconoscimento
del bisogno di restituire costantemente quell'obbligo, quella
responsabilità. È semplicemente una questione di accettazione e sforzo,
per ripagare i nostri debiti nei confronti della Creazione e delle
comunità delle quali facciamo parte. Ed è per questo motivo che gran parte
delle culture che intendono l'ecologia come un sacro dovere hanno sempre
parlato di responsabilità. I diritti derivano naturalmente dalla
responsabilità: una volta assicuratomi che tutti quelli della mia sfera di
influenza sono nutriti, so già che qualcuno in quella stessa sfera si sta
a sua volta assicurando che io sia nutrito. Quando lasciai l'insegnamento
universitario nel 1982, tutti mi dissero: "Come farai senza uno
stipendio?". Io risposi dicendo che se il 90% dell'India riesce a
cavarsela senza salario, tutto ciò che devo fare è affidare la mia vita al
tipo di rapporti di fiducia in cui essi vivono. Se tu dai, allora
riceverai. Non si deve calcolare quanto si riceve: ciò di cui bisogna
essere consapevoli è l'atto del donare. Nei moderni sistemi economici
abbiamo anche debiti, ma si tratta di debiti finanziari. Un bambino nato
in qualsiasi paese del terzo mondo ha già sul collo milioni di debito con
la Banca Mondiale, che detiene ogni potere per dire a voi e al vostro
paese che non dovreste produrre cibo per i vermi e gli uccelli, o persino
per la gente che vive della terra: dovreste far crescere gamberetti e
fiori per l'esportazione, perché fanno guadagnare soldi. E neppure tanti.
Ho fatto alcuni calcoli che dimostrano che un dollaro ottenuto dagli
scambi commerciali delle imprese internazionali, in t ermini di profitto,
comporta 10 dollari di distruzione ecologica ed economica negli ecosistemi
locali. Ora, se per ogni dollaro che viene scambiato abbiamo 10 dollari di
costi-ombra in termini di vero e proprio furto di cibo a coloro che ne
hanno più bisogno, possiamo intuire perché, via via che la crescita si
incrementa e il commercio internazionale diventa più "produttivo" c'è,
inevitabilmente, più fame. Le persone che avevano maggiormente bisogno di
quel cibo sono proprio quelle a cui questo nuovo sistema di scambi
impedisce di procurarselo: il cosiddetto libero commercio li sta privando
di ogni possibilità di occuparsi dei bisogni altrui, o dei propri. Le
persone mi chiedono: "Come possiamo proteggere la biodiversità se dobbiamo
far fronte ai crescenti bisogni umani?". La mia risposta è che l'unica
maniera di venire incontro ai crescenti bisogni umani è proprio la
protezione della biodiversità, perché finché non ci occuperemo dei vermi,
degli uccelli e delle farfalle non saremo neppure in grado di occuparci
delle persone. Questa idea in base alla quale le specie umane possono
venire incontro alle proprie necessità solo eliminando tutte le altre è un
assunto sbagliato: si basa sul non voler vedere come il tessuto della vita
ci unisca tutti, e quanto viviamo in interazione e interdipendenza. Le
monocolture producono più monocolture, ma non producono più nutrizione. Se
si prende un campo e lo si semina con venti tipi di piante, si otterrà una
grande produzione alimentare, ma se ognuno di quei raccolti individuali
(di granturco o frumento, diciamo) viene misurato e paragonato a quello di
una monocoltura, ovviamente si otterrà meno, perché il campo non è tutto
coltivato a granturco. Così, passando semplicemente da un sistema basato
sulla diversità a una monocoltura sostenuta industrialmente con sostanze
chimiche e macchinari, automaticamente si definisce quest'ultima come più
produttiva, anche se in realtà si ottiene meno! Meno specie, meno
alimentazione, meno coltivatori, meno cibo, meno nutrimento. Eppure, ci è
stato fatto un completo lavaggio del cervello per farci credere che quando
produciamo meno, produciamo di più: è un'illusione della peggior specie.
Il commercio oggi non riguarda più lo scambio di cose di cui abbiamo
bisogno e che non possiamo produrre da soli. Il commercio ci obbliga a
smettere di produrre ciò che ci serve, a smettere di occuparci gli uni
degli altri e a comprare da qualche altra parte. Nel mercato oggi ci sono
quattro colossi dei cereali: il maggiore, la Cargill, controlla il 70% del
cibo scambiato nel mondo, e tutti gli altri giganti determinano i prezzi.
Vendono gli input agricoli, dicono ai coltivatori cosa coltivare, comprano
a poco dal contadino, poi rivendono a prezzi alti ai consumatori: facendo
questo, avvelenano ogni anello della catena alimentare. Invece di dare,
pensano a come poter asportare persino quell'ultimo pezzetto rimasto,
dagli ecosistemi, da altre specie, dai poveri, dal terzo mondo. All'inizio
degli anni '90, la Cargill disse: "Oh, questi contadini indiani sono
stupidi. Non capiscono che i nostri semi sono intelligenti: abbiamo
scoperto nuove tecnologie che impediscono alle api di di impossessarsi del
polline". Ora, il concetto del "dono del cibo" ci dice che il polline è
proprio il dono che dobbiamo conservare per gli impollinatori, e che
quindi dobbiamo coltivare raccolti che api e farfalle possano impollinare
liberamente. Questo è il loro cibo ed è il loro spazio ecologico, e noi
dobbiamo fare in modo di non mangiare nel loro spazio. Invece, la Cargill
dice che le api si "impossessano" del polline, perché la Cargill ha
stabilito che ogni parte di polline è di sua proprietà. E, in una maniera
simile, la Monsanto afferma: "Grazie all'uso di Roundup impediamo alle
erbacce di rubare il sole". L'intero pianeta trae energia dalla forza
vivificante del sole, e ora la Monsanto ha in pratica detto di essere
l'unica sul pianeta, insieme ai contadini che sono sotto suo contratto, a
detenere diritti sulla luce del sole - in tutti gli altri casi, si tratta
di furto. Quindi, ciò che otteniamo è un mondo che è assolutamente il
contrario del "donare", ma consiste invece nell'appropriarsi di cibo dalla
catena alimentare e dal tessuto della vita; invece del dono, abbiamo
profitto e avidità come massimi principi regolatori. Purtroppo, quanto
maggiore è il profitto, tanto più aumentano fame, malattia, distruzione
della natura, del suolo, dell'acqua, della biodiversità e tanto meno
diventano sostenibili i nostri sistemi alimentari. Allora veniamo
realmente circondati da un debito sempre più incolmabile: non il debito
ecologico con la natura, la terra e le altre specie, ma il debito
finanziario verso i prestatori di denaro e i rappresentanti di
fertilizzanti chimici e sementi. Il debito ecologico è in pratica
sostituito da questo debito finanziario: il dono del nutrimento e del cibo
è rimpiazzato dalla realizzazione di profitti sempre maggiori. Ciò che è
necessario fare ora è trovare un modo di distaccarci da questi
atteggiamenti distruttivi. Non si tratta solo di sostituire il libero
commercio con il commercio equo: a meno che non ci rendiamo conto di come
l'intero sistema stia portando all'avvelenamento e all'inquinamento del
nostro stesso essere, della nostra stessa coscienza, non saremo in grado
di realizzare quei profondi cambiamenti che ci permetterebbero di creare
nuovamente l'abbondanza. Portando via tutto dalla natura, senza dare
nulla, non creiamo abbondanza, creiamo penuria. La fame mondiale rientra
in questa penuria, e anche il numero di malattie legate alla ricchezza è
parte di questa scarsità. Se ci ricollochiamo nuovamente nella cornice del
sacro dovere dell'ecologia e ammettiamo il nostro debito nei confronti di
tutti gli esseri umani e non umani, allora la protezione dei diritti di
tutte le specie diventa semplicemente parte delle nostre regole e dei
nostri doveri etici. E di conseguenza , coloro che sono legati agli altri
perché li nutrono e portano loro del cibo otterranno a loro volta la
giusta quantità di cibo e la giusta quantità di nutrimento. Così, se
inizieremo con l'alimentare il tessuto della vita, risolveremo in realtà
la crisi agricola delle piccole fattorie, la crisi sanitaria dei
consumatori e la crisi economica della povertà nel terzo mondo.

Documento originale Gift of food
Traduzione di Silvia MagiVandana Shiva è Direttrice del Bija Vidyapeeth,
il College Internazionale per la Vita Sostenibile, a Dehra Dun, in India.




 

URL DI RIFERIMENTO

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Socio fondatore del Gruppo di Volpedo e del Network per il socialismo europeo .